Domande d'esame PSICOLOGIA COGNITIVA con GANGEMI su Quaestiones.com
 
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DOMANDE ESAME: PSICOLOGIA COGNITIVA       GANGEMI AMELIA

 
Domande del: 10/2/2016 Tipo Chiesto da Domande per il volume FONDAMENTI DI PSICOLOGIA GENERALE
LA PSICOLOGIA COGNITIVA (vedi slide on line)
•	Cosa studia la psicologia Cognitiva
La Psicologia Cognitiva è un ramo della Psicologia e studia le funzioni più complesse della mente umana: i giudizi, le decisioni, soluzioni di problemi, come i pensieri vengono rappresentati nella nostra mente, codificati, immagazzinati e recuperati. 
•	Quale definizione di mente, e cosa sono gli scopi e le credenze?
Con il termine mente facciamo riferimento alle funzioni superiori del cervello e in modo particolare a quelle di cui si può averne coscienza. La mente può essere suddivisa in due classi di elementi: credenze e scopi. Le prime rappresentano ciò che l'individuo crede circa il mondo circostante, sono la visione di ciò che è. Gli scopi invece sono la speranza di ciò che sarà e si manifestano tramite le azioni, le quali rappresentano le interazioni tra credenze e scopi. 
METODI
•	Gli scopi della ricerca scientifica
Gli scopi della ricerca scientifica sono due: la scoperta di regolarità, che comprende la descrizione del comportamento e la scoperta di relazioni regolari tra i vari aspetti del comportamento. La descrizione dei fenomeni studiati è il primo passo di ogni scienza. Ciò richiede la definizione degli eventi e delle entità coinvolte dette variabili. Può capitare di osservare che fra i vari aspetti del comportamento si manifestino delle regolarità che formano le leggi del comportamento; il secondo scopo è lo sviluppo di teorie. Una teoria è un insieme di asserzioni che collega tra loro varie leggi. Le teorie servono per organizzare le conoscenze in modo sistematico e a spiegare le leggi. Le teorie guidano la ricerca scientifica. Infatti un ricercatore inizia un esperimento sulla base di un'ipotesi: senza questa non si fa ricerca. 
•	Gli studi sperimentali: variabili dipendenti e indipendenti
Gli studi sperimentali avvengono attraverso degli esperimenti. Un esperimento è la variazione tra due o più variabili. In psicologia le variabili solitamente sono la misura di un comportamento osservato. Possiamo avere delle variabili dipendenti perchè dipendono dal valore di altre variabili dette indipendenti. Supponiamo di voler stabilire se i maschi hanno capacità matematiche superiori alle femmine. Somministriamo quindi un test a due gruppi formati rispettivamente da 50 maschi e 50 femmine. Ad ogni partecipante sarà richiesto di risolvere il maggior numero di operazioni in un tempo massimo di 10 minuti. La variabile dipendente sarà l'accuratezza, quella indipendente il sesso (maschio o femmina). Come possiamo stabilire se la variabile indipendente ha avuto effetto su quella dipendente? Dobbiamo usare metodi statistici. Considerando i punteggi al test dei soggetti possiamo osservare la presenza di due fonti di variazione: a) la variazione tra un gruppo e l'altro indotta dalla variabile indipendente; b) la variazione entro ciascun gruppo, dovuta alle differenze (casuali) tra i soggetti.

•	Gli studi correlazionali
Oltre agli studi sperimentali, esistono quelli correlazionali, che hanno lo scopo di scoprire se esistono delle relazioni tra due o più variabili oggetto di studio. Se viene trovata una relazione tra due variabili si dice che le due variabili sono correlate. Supponiamo di voler scoprire se c'è una relazione tra stima di se e successo negli studi universitari. Sottoponiamo un questionario ad un campione di studenti. Vedremo così se vi è una correlazione tra punteggio di autostima e media dei voti. Se troveremo una relazione allora le due variabili saranno correlate. Se all'aumentare dell'autostima aumenta anche la media dei voti la correlazione sarà positiva (voti alti tendono ad essere accoppiati ad alti livelli di autostima, al contrario voti bassi corrispondono ad un basso livello di autostima).

•	La neuropsicologia
la neuropsicologia è la disciplina che studia le basi neurali delle funzioni mentali. Una delle prime proposte sulla localizzazione cerebrale delle facoltà mentali risale al lacoro di Gall, il quale identificò 37 facoltà mentali e morali. La sua teoria non aveva però fondamento scientifico. Il metodo neuropsicologico classico nasce  dallo studio di disturbi del linguaggio prodotti da una lesione cerebrale. Broca e Wernike tentarono di stabilire una connessione fra lesioni cerebrali e disturbi afasici. Intorno agli anni 70 del secolo scorso nasce una nuova corrente denominata neuropsicologia cognitiva. Il suo interesse non era quello di stabilire quale area del cervello fosse coinvolta in una funzione cognitiva ma studiare il comportamento di pazienti con disturbi neuropsicologici per capire meglio il funzionamento dei processi mentali normali. Lo strumento di indagine principale è quello della dissociazione ossia l'osservazione che un paziente mostra un danno selettivo ad una particolare componente del sistema cognitivo. 


•	I metodi cronometrici (tempi di reazione, Effetto Stroop etc.)
la cronometria mentale nasce con gli studi del fisiologo olandese Donders che per primo ipotizza la possibiltà di misurare la durata di esecuzione delle operazioni mentali attraverso la misura dei tempi di reazione. Donders mette in pratica il seguente esperimento: viene chiesto all'esaminato di premere un tasto il più rapidamente possibile ogni volta che su uno schermo del computer comparirà un pallino luminoso. Il tempo di reazione è il tempo che intercorre tra la comparsa dello stimolo e la pressione del tasto, cioè la latenza di risposta. L'esperimento di Stroop invece prevede che i partecipanti vedano dei nomi di colori scritti con un inchiostro colorato e devono denominare il colore dell'inchiostro ignorando la parola scritta. Il significato della parola sarà incongruente nel momento in cui bisognerà dire “rosso” in risposta allo stimolo verde, ma sarà congruente se lo stimolo è rosso. Infine se lo stimolo è xxxx avremo una situazione neutra. Questo esperimento dimostra quindi che l'incongruenza fra il colore dell'inchiostro e il significato della parola ci rende più lenti e meno accurati nelle risposte. Ciò dimostra che non siamo in grado di ignorare una parola scritta anche se cerchiamo di farlo con tutte le nostre forze poiché accedere al significato delle parole scritte è un processo automatico.
PERCEZIONE
•	Il concetto di soglia assoluta
il concetto di soglia assoluta nasce in relazione alla domanda: le nostre sensazioni sono misurabili? La soglia assoluta rappresenta la grandezza minima degli stimoli, poiché al di sopra di essa li percepiamo, al di sotto no. Gli organi sensoriali identificano stimoli fisici e trasmettono al cervello segnali bioelettrici che possono far scaturire le sensazioni, che saranno presenti solo se lo stimolo fisico avrà una certa grandezza fisica, ovvero una soglia assoluta, cioè una quantità minima. Usiamo la parola soglia per indicare il confine tra ciò che riusciamo e ciò che non riusciamo a cogliere con i nostri organi di senso. Alcuni esempi di stimoli di soglia assoluta sono: per il sistema visivo, una luce di una candela in una notte limpida a 50km di distanza; per il sistema uditivo, il ticchettio di un orologio a 6 metri di distanza in condizioni di assoluto silenzio; per il sistema tattile l'ala di una mosca che cade sulla nostra guancia  ad una distanza di 1 cm.

CONTINUA CORREZIONE

•	La legge di Weber e la legge di Fechner
La legge di Weber afferma che più grande è lo stimolo, maggiore è l’incremento che bisogna apportare affinché un individuo rilevi il cambiamento. Se doniamo 50 euro ad una persona povera penserà di essere ricca, al contrario di un milionario. Tale legge, inoltre, è valida solo se l’intensità non sia più bassa della soglia assoluta. Secondo la legge di Fechner il cambiamento d’intensità di una sensazione viene percepito solo in relazione alla variazione della grandezza dello stimolo, perché se ci troviamo in una stanza buia e accendiamo una candela, noteremo un elevato cambiamento d’intensità mentre noteremo poca differenza se, dopo la seconda, ne accendiamo una terza.

•	Il metodo dei limiti
Il metodo dei limiti è uno dei metodi psicofisici e serve per misurare le soglie. Questo prevede che lo sperimentatore presenti all'osservatore uno stimolo tanto debole da non potere essere rilevato e che ne aumenti gradualmente l'intensità. In corrispondenza di un certo valore di intensità l'osservatore segnalerà la presenza dello stimolo e la media fra questo valore e il valore immediatamente precedente sarà la misura della soglia. Lo sperimentatore interromperà a questo punto la presentazione dello stimilo assumendo che gli stimoli di intensità maggiore saranno tutti rilevati.
•	La soglia differenziale
la differenza minima di intensità tra due stimoli che permette di rilevare che tali stimoli sono diversi è chiamata soglia differenziale, ed è anche nota come differenza appena percepibile. La soglia differenziale è la minima quantità di cambiamento nell'intensità di uno stimolo (chiamato stimolo standard Ss) necessaria affinchè tale stimolo venga percepito come diverso da uno di confronto (Sc). La differenza fra due intensità (Sc-Ss) che determina la soglia differenziale si indica Δ I (delta indica la differenza e I l'intensità). 
•	Il sistema dei coni e bastoncelli e la relazione fra sensibilità e acuità 
I coni e i bastoncelli sono due fotorecettori, fanno quindi parte del sistema visivo. I coni si concentrano nella zona centrale della retina (la fovea) e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta. I bastoncelli, invece, sono più sensibili al movimento, sono impiegati per la visione al buio e si concentrano nella zona periferica della retina. Presentano una diversa sensibilità alla luce. La differenza di sensibilità è dovuta alla presenza dei bastoncelli nella periferia del campo visivo che si raggruppano e, attraverso le cellule gangliari, che percepiscono tutti i segnali insieme senza distinguerli, fanno giungere gli stimoli in modo unitario nei centri superiori del sistema visivo. Mentre i recettori nella regione centrale della retina, i coni, non si raggruppano e, dopo essere stati trasmessi e codificati, uno ad uno, dalle varie cellule gangliari, i diversi stimoli saranno percepiti come distinti.
•	Il fenomeno della costanza percettiva di bianchezza
Il sistema visivo è capace di adattarsi ai livelli di luminosità ambientali. Tramite la costanza percettiva di bianchezza sappiamo che il sistema visivo, adattandosi ai vari livelli di luminosità ambientali, non percepisce differenze luminose sostanziali con la variazione della luminosità ambientale. Se siamo in un ambiente molto luminoso e ci addentriamo in uno con scarsa luminosità, avremo un aumento della sensibilità assoluta dei bastoncelli alla periferia, mentre se siamo in un ambiente poco luminoso ed entriamo in uno molto luminoso, avremo una diminuzione della sensibilità dei coni nella visione centrale.

•	La codificazione sensoriale del colore
la percezione del colore è determinata dall'attivazione relativa dei coni “blu, verde e rosso” che sono tutti e tre attivi in ogni punto della retina. Tuttavia poiché ciascun cono corrisponde ad una vasta gamma di lunghezze d'onda non basta la risposta dei fotorecettori a darci la visione del colore. La capacità di discriminare vari colori dipende dalla risposta dei neuroni presenti a tutti i livelli delle vie visive comprese le cellule gangliari della retina. L'organizzazione concentrica del campo recettivo di queste cellule fa si che ciascuna di esse sia eccitata da certe lunghezze d'onda e inibita da altre e ciò ci permette di vedere le differenze di colore.
PROCESSI PERCETTIVI DI BASE
•	L’informazione ottica
L'informazione ottica determina la visione degli oggetti. Non è l'energia luminosa a determinare la visione. Infatti, ad esempio, la nebbia distrugge l’informazione ottica ma non la luce, quindi non ci permette di vedere gli oggetti e ci costringe a muoverci alla cieca.
•	I processi di codificazione e organizzazione
L'informazione è un concetto relazionale non è indipendente dall'osservatore. Non tutti gli osservatori sono uguali: dobbiamo distinguere l'osservatore ideale da quello reale. Il primo utilizza tutte le informazioni disponibili, il secondo ne utilizza solo una parte.
•	Lo spazio visivo
Lo spazio percepito è strutturato intorno a due assi, verticale e orizzontale, che fungono da riferimenti cardinali. La stessa forma, che normalmente chiamiamo quadrato, quando viene ruotata di 45 gradi assume uno strano aspetto. Si tratta della stessa forma geometrica ma non della stessa forma percepita. La percezione è una rappresentazione dotata di struttura, che non corrisponde alla codificazione di tutti gli aspetti di una determinata configurazione, indipendentemente dal contesto spaziale in cui essa è inserita. 
•	Articolazione figura/sfondo, e i fattori ad essa sottesi
gli spazi vuoti tra gli oggetti non vengono notati. Vediamo gli oggetti come entità dotate di forma, mentre gli spazi intermedi ne sono privi, salvo nel momento in cui riusciamo a portare la nostra attenzione sui vuoti e a vederli come figure. Questa inversione di ruolo si verifica facilmente con il profilo del cielo modellato dalle colline. Il fatto che le inversioni figura/sfondo siano osservabili in natura è importante. Indica che le dimostrazioni in contesti controllati, in cui sono utilizzate figure stampate su carta o generate sul monitor di un PC, sono le semplificazioni dei fenomeni percettivi osservabili in contesti naturali, non delle curiosità eterogenee. L'inclusione è un potente fattore di figura/sfondo: a parità di altre condizioni, tende a diventare figura la regione inclusa.

•	Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva
Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva corrisponde alla funzione unilaterale del contorno di una figura poiché delinea solo la figura e ne definisce la forma, mentre senza di esso lo sfondo sarebbe informe. Gli individui, inoltre, tendono a rappresentare un’immagine semplice e attraverso il principio di minimo, sappiamo che avviene un risparmio sui costi di rappresentazione degli oggetti.

•	I fattori responsabili dell’organizzazione di elementi discreti in unità percettive

•	La teoria della gestalt e la teoria Helmotziana della percezione
Secondo la teoria della Gestal il principio di minimo, ovvero la tendenza verso la rappresentazione più semplice, è una proprietà intrinseca del sistema visivo e non dipende dalle esperienze dell’osservatore. Helmholtz, invece, sosteneva che la percezione sia il frutto di giudizi inconsci e che l’osservatore abbia determinate percezioni solo dopo aver valutato se sia possibile o meno che una determinata immagine sia effettivamente presente nel mondo esterno.

RICONOSCIMENTO DI OGGETTI
•	Riconoscimento e categorizzazione di oggetti
Riconoscere un oggetto significa categorizzarlo. Categorizzare implica lo stabilirsi di una funzione univoca tra elementi che sono diversi in un determinato piano di analisi e un elemento che è condiviso in un piano di analisi distinguibile dal precedente. Il sistema delle categorie ha una struttura gerarchica. Per il primo livello di solito si parla di Categorie di base. Di norma la categoria di base coincide con il nome attribuito a un determinato esemplare, mentre per il secondo si parla di Categorie subordinate e sovraordinate. Il livello in cui si situa spontaneamente il riconoscimento ha il nome di Categoria d’entrata, livello di base al quale si situa spontaneamente il riconoscimento. È ragionevole ipotizzare che il livello di accesso nella fase di riconoscimento dipenda dal grado di familiarità con gli oggetti cui siamo esposti. Fra le informazioni connesse ai singoli livelli vi possono anche essere rappresentazioni sull’uso che di un oggetto possiamo fare. Pertanto riconoscere un oggetto rappresenta anche un mezzo per associare l’oggetto con le rappresentazioni che descrivono i suoi utilizzi.

•	Modelli di riconoscimento di templates
I modelli di riconoscimento dei templates sono quello di Marr e quello di Biedermann. 
Il modello di Marr: definisce il concetto di rappresentazione mentale. La costruzione di una descrizione strutturale di un oggetto, o meglio di una forma, passa attraverso l’individuazione degli assi di simmetria o di elongazione. La ricostruzione di una descrizione strutturale avviene in tre fasi: La prima è l’abbozzo primario (Rappresentazione a due dimensioni dei contorni ai diversi livelli di dettaglio); La seconda è l’abbozzo a due dimensioni e mezza (Integrazione dei contorni e delle superfici dell’oggetto con le informazioni fornite dalla stereopsi, dal movimento e dalle ombre, che sono di tipo tridimensionale); La terza è il modello tridimensionale (Descrizione completa della struttura tridimensionale dell’oggetto, quindi che specifica le parti di un oggetto e la relazione tra le parti, secondo un sistema di coordinate).
Il modello di Biedermann: Qualsiasi oggetto può essere rappresentato da una descrizione in termini di volumi primitivi detti geoni. Attraverso essi (36 circa quelli proposti da Biederman) siamo capaci di descrivere quasi tutti gli oggetti che vediamo.
•	Il concetto di rotazione mentale ed i principali esperimenti 
La rotazione mentale è un insieme di meccanismi che che permettono di ricostruire la rappresentazione intermedia fra due punti di vista. La prova empirica della rotazione mentale fu effettuata da Shepard e Metzler. Gli sperimentatori hanno chiesto ai soggetti se le coppie di figure tridimensionali disegnate al computer erano due figure diverse o rappresentavano la stessa figura. Quanto più aumenta la rotazione di un oggetto per vedere se corrisponde all’altro, tanto più aumenta il tempo di risposta dei soggetti.
•	Il riconoscimento dei volti
Esistono meccanismi innati specializzati nel riconoscimento dei volti. I volti sono degli oggetti che hanno un funzionamento particolare nell’ambito del loro riconoscimento rispetto ad altri oggetti. I volti sono una classe speciale di oggetti. Dentro la descrizione di un volto noi possiamo individuare diverse persone. Vi sono inoltre alcuni dati a favore di questa teoria: il primo rivela che esistono pazienti neurologici con un deficit specifico nella capacità di riconoscere e discriminare i volti; il secondo dice che che nei bambini, già dopo pochi giorni di vita, si rileva la capacità di distinguere disegni in cui sono contenuti dei volti; il terzo infine dice che il modo in cui noi percepiamo un volto non è indipendente dalla prospettiva in cui lo vediamo.
•	Il riconoscimento di oggetti nuovi e concetto di affordance
Gli oggetti nuovi presuppongono una forma di riconoscimento che non comporti l’accesso a conoscenze già presenti in memoria. Gibson pensò che nell’ambiente siano presenti tutte le informazioni che ci servono per riconoscere un oggetto, quindi ad esempio quelle che specificano quali azioni possano essere svolte su quell’oggetto e ha assegnato il nome di “affordances” a tali informazioni (questo termine è un neologismo e in inglese equivale a “la disponibilità a subire una certa azione”) à Queste informazioni possono essere raccolte direttamente senza bisogno di attingere a rappresentazioni interne.

ATTENZIONE E COSCIENZA
•	Cosa è l’attenzione
L’attenzione è il fenomeno tramite il quale la nostra concentrazione si indirizza su un determinato oggetto o evento. Essa ci permette di ascoltare con attenzione un discorso o di effettuare determinate attività, come guidare ad esempio. L’attenzione, dunque, altro non è che il processo tramite cui vengono selezionate le informazioni che provengono dall’esterno, mentre altre vengono discriminate. Gli esseri umani necessitano del processo dell’attenzione poiché sono circondati da troppe informazioni e, data la nostra limitatezza biologica, non sono in grado di recepirle tutte. Infatti un individuo non riesce a seguire contemporaneamente il discorso di due persone a causa della propria limitatezza cognitiva. Lo studio dell’attenzione avviene tramite tecniche tradizionali, come la misura dei tempi di reazione e dell’accuratezza delle risposte, e cerca di analizzare i processi cognitivi messi in atto dagli individui.

•	L’attenzione spaziale e suoi principali paradigmi
Lo spostamento dell’attenzione fu studiato attraverso il paradigma del suggerimento spaziale, anche chiamato paradigma di Posner. Con tale esperimento veniva chiesto agli individui di focalizzare l’attenzione su una croce, la quale si trovava nel mezzo di due quadrati, nei quali apparivano gli stimoli, e di indicare il punto in cui era apparso lo stimolo, dopo che gli era stato fornito un suggerimento attraverso una freccia che appariva sulla croce stessa. In alcune prove lo stimolo appariva nel quadrato suggerito, mentre in altre nell’altro. Il tempo di reazione era maggiore se lo stimolo appariva nel quadrato di sinistra, ad esempio, e l’attenzione era su quello di destra, mentre era nettamente minore se lo stimolo appariva nel quadrato di destra e l’attenzione era proprio su quel quadrato. Ciò sta a significare che l’elaborazione dell’informazione è minore se l’individuo focalizza la sua attenzione preventivamente in un punto.

•	L’attenzione basata sugli oggetti
Vi è un’altra teoria secondo cui l'attenzione è basata sugli oggetti. Attraverso un esperimento, in cui venivano presi due oggetti sovrapposti, che occupavano, quindi, la stessa posizione spaziale, veniva richiesto agli individui di indicare le caratteristiche degli oggetti (se avevano linee tratteggiate o se erano inclinati). In un esperimento veniva preso in considerazione un solo oggetto, mentre in un altro due oggetti diversi. I risultati dimostrarono che gli individui riuscivano ad esporre con più dettagli le caratteristiche di un singolo oggetto, mentre l’analisi era meno specifica quando si trattava di due oggetti diversi. Ciò significa che l’individuo spostava l’attenzione da un oggetto all’altro e, quindi, la rappresentazione delle caratteristiche di due oggetti gli risultava più difficile. L’attenzione, inoltre, può essere focalizzata anche su oggetti distanti tra loro ma simili.

•	L’attentional blink e la cecità al cambiamento
L’attentional blink (battere le palpebre) è un fenomeno che avviene quando l’individuo non può discriminare un evento poiché la sua attenzione è concentrata su altro. Dunque vi è un deficit percettivo. Tale teoria fu analizzata attraverso un paradigma in cui venivano rappresentate consecutivamente una serie di lettere nella stessa posizione spaziale. L’intervallo tra una lettera ed un’altra, inoltre, era brevissimo e l’individuo doveva individuare la lettera che gli veniva indicata all’inizio del test. Quando egli doveva individuare un solo elemento, nella maggior parte dei casi, la risposta era esatta, quando, però, veniva aggiunta una nuova variabile, ad esempio una lettera colorata, da identificare insieme alla lettera iniziale, se le due lettere da identificare risultavano vicine l’osservatore riusciva ad identificare solo la prima che appariva, mentre se erano lontane riusciva a riconoscerle entrambe. Ciò significa che l’attenzione riposta sulla prima lettera, se molto vicina alla seconda, non permetteva un ulteriore attenzione sulla lettera successiva come se essa non fosse rilevata a causa di un mancata attenzione momentanea. Vi è anche un altro tipo di fenomeno che rileva un deficit dell’attenzione, ovvero la cecità al cambiamento che avviene quando una persona è incapace di individuare cambiamenti rilevanti quando essi avvengono insieme ad altri eventi che disturbano, come quando si osserva un’immagine e viene spento e poi riacceso il monitor, o quando appaiono altri oggetti sulla scena. Tale fenomeno fu dimostrato attraverso il paradigma del flicker in cui venivano presentate ad un individuo due immagini, per cinque secondi, identiche in tutto, tranne per un particolare, intervallate da uno spegnimento del monitor che durava circa due secondi. Tale paradigma veniva ripetuto per circa un minuto, ma gli individui non erano in grado di percepire cambiamenti, sebbene evidenti, di due immagini consecutive. Questo paradigma, quindi, dimostrò che in assenza di attenzione focalizzata sulle parti dell’immagini non è possibile notare sostanziali cambiamenti in un immagine.

•	Il neglect
I disturbi dell’attenzione possono essere causati anche da lesioni cerebrali. Una sindrome dovuta a lesioni cerebrali è la negligenza spaziale unilaterale, che comporta l’incapacità di orientare l’attenzione verso metà del campo visivo. La caratteristica delle persone affette da tale sindrome, infatti, non è quella di non vedere gli stimoli, ma di non percepire quelli alla propria sinistra come se non esistessero. Infatti, ad esempio, questo deficit comporta il mangiare solo metà di quello che è nel piatto di fronte a loro. Per questo motivo gli individui affetti da tale sindrome sono incapaci di orientare l’attenzione verso sinistra, se la parte lesionata è quella destra del cervello.

•	Processi non consapevoli di attenzione (ascolto dicotico, mascheramento visivo etc.)
Uno stimolo a cui non si presta attenzione potrebbe essere percepito inconsapevolmente, però, tali processi non consapevoli sono difficili da analizzare poiché gli osservatori non possono basarsi su una risposta diretta, ovvero consapevole, del soggetto e quindi capire se un’informazione è stata elaborata o meno. Una tecnica utilizzata per rilevare percezioni inconsapevoli è l’ascolto dicotico attraverso cui un individuo viene sottoposto all’ascolto di due messaggi diversi, uno per orecchio, e gli viene chiesto di ripetere ciò che sente focalizzando la propria attenzione solo su un orecchio, ad esempio quello destro. Quindi l’attenzione del soggetto era rivolta interamente ad un unico messaggio, infatti l’ascoltatore non sapeva dir nulla del messaggio escluso. Successivamente fu sperimentata l’introduzione del nome dell’individuo all’interno del discorso escluso. Il soggetto, in questo caso, spostava la sua attenzione sul discorso escluso, però ciò avveniva consapevolmente. Quindi fu utilizzato un'altra tecnica, quella del condizionamento che produceva una risposta fisiologica ad una parola a cui era associata una leggera scarica elettrica. Anche se gli individui erano concentrati sul discorso dell’orecchio destro, quando veniva trasmessa la parola nel discorso dell’orecchio sinistro essi producevano una risposta fisiologica, dato che sapevano che dopo aver udito una data parola ci sarebbe stata una leggera scarica elettrica, anche se non erano consapevoli di aver udito la parola. Un’altra tecnica indiretta, che stabiliva se fosse possibile un’elaborazione non consapevole, è il mascheramento visivo tramite cui viene presentato uno stimolo seguito da un simbolo che lo nasconde e l’individuo deve identificare lo stimolo iniziale. Nella tecnica del mascheramento visivo è utilizzato anche il priming per cui l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. Per esempio se viene presentata una parola come cane, in modo inconsapevole, e l’individuo, successivamente, dovrà indicare la categoria a cui appartiene una parola, che appartiene sempre alla specie animale, gli occorrerà meno tempo per rispondere correttamente. Il processo d’attenzione consente di individuare alcune informazioni e di far raggiungere ad esse la consapevolezza, ovvero la coscienza. Dunque l’attenzione è come un canale di accesso alla coscienza, che è limitata. Quindi gli individui possono incanalare solo un numero limitato di informazioni. Dunque la coscienza è un processore centrale che limita le informazioni. Gli orientamenti automatici e volontari si applicano in tutto il processo cognitivo, infatti abbiamo processi automatici e volontari. Ad esempio possiamo prendere una decisione volontariamente, per esempio quella di effettuare una azione, ma svolgere l’atto meccanicamente, come ad esempio quando decidiamo di percorrere una strada ma riusciamo a svolgere tale azione anche facendo altro, per esempio parlando con chi ci sta accanto. La coscienza, inoltre, può decidere di interrompere quei processi avviati automaticamente. Dunque, secondo alcuni ricercatori attenzione e coscienza coincidono mentre secondo altri no. Ciononostante l’attenzione e la coscienza sono due fenomeni collegati e gli individui sono consapevoli solo di ciò a cui prestiamo attenzione.
SISTEMI DI MEMORIA
•	Le fasi di codifica, ritenzione e recupero
Le fasi del ricordo sono tre: prima l’informazione viene appresa (fase di codifica), poi viene mantenuta nella memoria finché non ci serve (fase di ritenzione), e, infine, viene usata, ovvero ricordiamo (fase di recupero). La fase di codifica è il momento in cui un informazione viene inserita tra informazioni già presenti. La durata dell’informazione nella memoria dipende dalla profondità della codifica, infatti più profondo è il livello di elaborazione dell’informazione più è probabile che essa persista nella mente. Una buona codifica, però, non garantisce il persistere dell’informazione nella memoria, infatti il processo di recupero avviene solo attraverso il processo di ritenzione. Il processo di ritenzione consiste nel mantenimento dell’informazione nella memoria. Solitamente gli individui, per immagazzinare l’informazione, utilizzano la ripetizione, ovvero ripetere un informazione per ricordarla meglio, oppure ripeterla dividendola in più parti e collegando le varie parti a informazioni già presenti nella memoria. Il mantenimento dell’informazione, poi, dipende anche dall’informazione a cui la leghiamo, se è permanente o meno. Il recupero, invece, dipende dalle informazioni che sono disponibili nel momento del recupero, ovvero dalla forza delle tracce rimaste nella memoria. Secondo il principio di specificità della codifica, nella nostra memoria sono presenti moltissime tracce, le quali possono essere utilizzate in ogni momento. Il recupero delle tracce, dunque l’elaborazione del ricordo, avviene solo se vi è compatibilità tra la traccia e lo stimolo esterno. Ad esempio possiamo ricordare associando una traccia ad un oggetto, o rilevare caratteristiche simili tra la traccia e l’oggetto in questione o poiché vi è un riconoscimento. Quindi la qualità del ricordo dipende dalla codifica, dalla forza della traccia e dal contesto.

•	La memoria sensoriale e l’esperimento di Sperling
Fin dagli inizio del novecento venne distinta una memoria primaria, ovvero una memoria breve termine, la quale consisteva nelle informazioni presenti nella coscienza, e una memoria secondaria, cioè una memoria a lungo termine, la quale possedeva informazioni che non erano presenti nella coscienza, ma che potevano essere ripescate all’occorrenza. Successivamente, nella metà del novecento, Sperling fece un esperimento in cui mostrava un gruppo di lettere, per pochissimi secondi, a un individuo e, successivamente, gli chiedeva di riferire le lettere che ricordava. Il soggetto riusciva a ricordare solo 4 o 5 delle 12 lettere presenti, ma sapeva di aver visto più lettere. Così Sperling decise di sperimentare un nuovo metodo col quale chiedeva ai soggetti di riportare solo alcune lettere. Sperling presentava tre righe di lettere, in un unico foglio, e successivamente faceva udire tre tipi di tonalità diverse (alta, media e bassa) a seconda della riga (su, in mezzo, giù) che gli individui dovevano ricordare. Con tale esperimento i soggetti ricordavano almeno 9 lettere, ovvero 3 di ogni gruppo, sulle 12 presentate. Tale esperimento fece costatare l’esistenza di una memoria iconica, cioè visiva, e di una memoria ecoica, ovvero uditiva, che sono molto brevi ma rappresentano, attraverso questi due organi di senso, gli stimoli presenti. Dunque si ebbe la certezza di un sistema di memoria sensoriale, ma anche della possibile esistenza di una memoria a breve termine e di una memoria a lungo termine, le quali spiegavano i fenomeni di ricordi temporanei e di quelli permanenti.

•	Differenze tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine
per spiegare i fenomeni di ricordo temporaneo e permanente bisogna fare una distinzione tra una memoria a breve termine e una a lungo termine. Gli innumerevoli compiti che affrontiamo nella nostra vita quotidiana richiedono l'intervento di processi e sistemi di memoria diversi. Quando si parla di ricordo temporaneo o di memoria a breve termine si fa riferimento ad un sistema chiamato memoria di lavoro che mantiene ed elabora le informazioni durante l'esecuzione di compiti cognitivi. La memoria di lavoro rappresenta il nostro presente, trasforma il passato in presente, ha capacità limitata. Al contrario la memoria a lungo termine ha una capacità maggiore e fissa ricordi del passato. Ricordare un numero di telefono appena sentito richiede l'uso della memoria a breve termine, ricordare il proprio numero di telefono richiede quella a lungo termine.
•	Il paradigma di identificazione percettiva
L'identificazione percettiva è uno dei più noti paradigmi della memoria implicita. In questo test i partecipanti, in una prima fase, detta fase di studio, vedono su uno schermo una lista di parole, presentate una per volta. In una seconda fase, detta fase di test, i partecipanti devono identificare una serie di parole presentate, una per volta,  su uno schermo per un tempo così breve che è difficile persino vederle. Alcune delle parole presentate in questa seconda fase sono state presentate anche in fase di studio (primed) altre sono del tutto nuove (unprimed). Il risultato è che i soggetti identificano più facilmente le parole primed rispetto alle unprimed. È come se la sola esperienza di avere incontrato prima alcune parole sia sufficiente ad influenzare il comportamento successivo senza che la persona abbia mai tentato di recuperare consapevolmente quella informazione.  
•	La memoria prospettica 
l'intenzione di compiere una data azione in un futuro che non è sempre immediato e i processi che stanno alla base della realizzazione di queste intenzioni, e delle conseguenti azioni ad esse associate, formano la memoria prospettica. Sono molti e diversi i suoi compiti che svolgiamo nell'arco della giornata, come cucinare una torta, prendere una pillola ecc. In ogni compito di memoria prospettica è presente anche una componente retrospettiva: per ricordare di prendere la medicina, devo richiamare alla memoria una serie di eventi passati (es. l'ultima volta che ho preso la pastiglia, nome del farmaco ecc.). Vi sono cinque fasi che sembrano caratterizzare il processo che porta al ricordo di un'intensione: formazione e codifica di un'intenzione, intervallo di ritenzione, intervallo di prestazione, inizio ed esecuzione dell'azione che si ha intenzione di compiere, valutazione del risultato. 
•	I livelli di memoria autobiografica
La memoria autobiografica è il sistema in cui vi sono i ricordi legati al sé, ovvero ricordi di episodi passati che ci rappresentano e che ci permettono di proiettarci nel futuro. I ricordi autobiografici, ovvero personali, sono vari pezzi di esperienza che compongono il nostro io, quasi come un mosaico. La ricostruzione di ricordi autobiografici avviene attraverso tre livelli che sono organizzati gerarchicamente. Il primo livello è quello in cui vi sono ricordi collegati ad estesi periodi della vita, come ad esempio il ricordo del liceo. Il secondo livello, sebbene sia chiamato livello degli eventi generali, è più specifico e riguarda i ricordi passati avvenuti in un arco di tempo breve, come giorni o settimane, come ad esempio vacanze o malattie. Il terzo livello, invece, rappresenta la conoscenza di eventi specifici e comprende ricordi brevissimi, che vanno da alcuni secondi ad alcune ore, come quando ricordiamo un indumento che abbiamo indossato un giorno. La memoria autobiografica, però, è data dall’unione dei tre livelli. I ricordi mnemonici sono accurati, soprattutto se ci riferiamo ad un ricordo generale, ma, a volte, non sono sempre affidabili. Infatti può capitare di associare un ricordo ad un evento solo per colmare il buco mnemonico che abbiamo di quella situazione. In effetti può capitare di collegare un ricordo che non c’è mai stato ad un evento solo poiché questo ricordo sembra essere plausibile con la situazione.
MEMORIA SEMANTICA E DI CATEGORIZZAZIONE
•	Cosa è la memoria semantica e distinguerla dalla memoria episodica
Molte teorie contemporanee assegnano una struttura multifunzionale e multidimensionale alla memoria che viene vista come una architettura complessa in grado di rappresentare tipi diversi di informazioni. Una suddivisione riguarda:
-la rappresentazione di riferimenti spazio-temporali e personali I RICORDI
-la rappresentazione di informazioni di carattere generale LE CONOSCENZE 
Il primo sistema di rappresentazione è chiamato memoria episodica, Il secondo sistema di rappresentazione è chiamato memoria semantica. Per le informazioni relative alla memoria semantica usiamo il verbo “sapere”, per quelle relative alla memoria episodica usiamo il verbo “ricordare”. La memoria semantica costituisce il repertorio di concetti posseduti da ciascuna persona. In quanto tale, essa è la base di conoscenze che ci permette di agire in modo funzionale nel mondo che ci circonda. Tali conoscenze sono create a partire dal mondo sensoriale, attraverso l'esperienza.
•	Modelli della memoria semantica
I modelli della semantica si possono distinguere in tre gruppi:
rappresentazione astratta – le informazioni sono mantenute in memoria semantica in un formato amodale, slegato cioè dalle informazioni sensoriali-motorie delle entità rappresentate. Secondo tali modelli la rappresentazione prescinde dalla particolare situazione in cui l'elemento può trovarsi nel mondo reale.
Modelli per esemplari – il sistema concettuale è costituito dalle memorie degli esemplari che sono stati codificati nel tempo. In altre parole, la rappresentazione del concetto “cane” è costituita dalle tracce mnestiche di tutte le situazioni che ho codificato in cui erano presenti dei cani
modelli connessionisti della rappresentazione delle conoscenze – postulano nella maggior parte dei casi un'architettura distribuita in cui la rappresentazione di un concetto viene spalmata su diversi sottosistemi. Pertanto secondo questo approccio non esiste un nodo concettuale corrispondente a cane. Esistono invece insiemi di attributi di base condivisi da un numero variabile di elementi che si attiveranno in configurazioni appropriate in riferimento al concetto rilevante. 
•	Le funzioni dei processi di categorizzazione
La capacità di classificare e rappresentare elementi in classi, ovvero il processo di categorizzazione, assolve diverse funzioni. Una prima funzione della categorizzazione è quella di rendere possibile l'esecuzione di risposte comportamentali riferite ad una classe di oggetti cognitivamente equivalenti (es. se ci viene richiesto di utilizzare due coltelli simili ma uno con il manico in legno e l'altro in plastica, probabilmente li useremo nella stessa maniera senza dare importanza alle differenze). Una seconda funzione della categorizzazione è quella di permettere di rilevare analogie e differenze fra oggetti a diversi livelli di astrazione (es. considerando le due proprietà “essere giallo” e “respirare”, in relazione alla prima, “canarino” sarà simile a “banana” ma diverso da “cervo” ma relazionati alla seconda, “canarino” sarà simile a “cervo” e diverso da “banana”). La terza funzione della categorizzazione è quella di permettere di semplificare l'analisi dell'input ambientale. Una categoria di oggetti possiede in genere delle caratteristiche che permettono di analizzare in modo veloce e superficiale, ma sufficiente per l'identificazione, gli esemplari che la costituiscono.
•	Il modello a struttura gerarchica della Rosch
La psicologa Eleanor Rosch ha proposto di analizzare le capacità categoriali umane sulla base di due dimensioni, quella verticale e quella orizzontale. Nella dimensione verticale le categorie si strutturano su base gerarchica in funzione dell'inclusione di classe (es. labrador, cani, animali, esseri viventi). Sono tre le caratteristiche interessanti da un punto di vista psicologico della struttura gerarchica delle categorie:
- La natura sempre più astratta delle relazioni fra gli elementi quando si passa dai livelli bassi a quelli alti della gerarchia:a mano a mano che ci si innalza nella struttura le caratteristiche condivise dai membri della categoria tendono a diminuire. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la mente umana utilizzi un meccanismo di bilanciamento fra quantità di informazione rappresentata e quantità di elaborazione chiamato principio di economia cognitiva. Secondo questo principio, le proprietà dei concetti sono rappresentate al livello più alto possibile della gerarchia e vengono recuperate quando necessarie mediante processi logici. 
- Il diverso “peso” cognitivo dei livelli: all’interno dei livelli gerarchicamente ordinati ve ne è uno che è “privilegiato” dal punto di vista cognitivo, denominato da Rosch livello di base. Il livello di base è quello che fornisce l’”entrata” cognitivamente più economica nella memoria semantica; il livello di base è cognitivamente saliente perché è il livello in cui vengono rappresentati gli attributi più distintivi. Il livello di base è usato spontaneamente dagli adulti nelle loro descrizioni, permette alle persone di elencare facilmente gli attributi condivisi , è associato a tempi di risposta più veloci in compiti in cui bisogna stabilire se una data frase è vera o è falsa, corrisponde al livello più generale rispetto al quale è possibile formarsi un’immagine “concreta” dell’intera categoria, è acquisito per primo dai bambini.
- I meccanismi che permettono di mettere in relazione i diversi livelli: è stato proposto il meccanismo della diffusione dell’attivazione. Secondo questo principio, quando un nodo concettuale viene attivato, l’attivazione non riguarda solo tale nodo ma si propaga agli altri nodi in funzione del tempo e della vicinanza. L’attivazione decresce col tempo e influenza in modo diverso i nodi a cui si propaga.
•	La struttura interna delle categorie nella Rosch e il concetto di prototipo
Per quanto riguarda la dimensione orizzontale, ovvero la rappresentazione interna a ciascuno dei livelli che caratterizzano la struttura gerarchica, Rosch identifica due aspetti rilevanti. Il primo fa riferimento alla struttura sfuocata delle categorie. Nella tradizione filosofica Aristotelica un elemento che possiede tutte le caratteristiche della categoria è un membro di tale categoria, se non le possiede non è un membro della categoria (metodo dicotomico). Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sostiene che la condivisione delle stesse proprietà non può essere il criterio per l’appartenenza categoriale; ciò che caratterizza le categorie semantiche è un’appartenenza graduata basata sul possedere in grado diverso caratteristiche comuni anche ad altri membri di quella categoria. Questo fenomeno è chiamato “somiglianza di famiglia”. Nessun esemplare possiede identiche caratteristiche, ma ciascuno ne condivide alcune con gli altri. Pertanto alcuni sono elementi centrali, in quanto condividono molti attributi con gli esemplari della categoria e pochi attributi con esemplari di altre categorie; altri sono invece periferici, in quanto condividono pochi attributi con gli esemplari della categoria e tendono a condividere attributi con esemplari di altre categorie. 
Alcuni psicologi hanno proposto la nozione di prototipo, che corrisponde a un membro che si caratterizza per possedere il valore “medio” sulla maggior parte delle caratteristiche dei membri della categoria. Il prototipo è il miglior esemplare della categoria e funge da punto di riferimento per gli altri esemplari: quanto più simili saranno al prototipo tali esemplari, tanto più saranno centrali rispetto alla categoria. Possiamo vedere il prototipo come uno “schema”, una struttura per la rappresentazione con variabili che hanno valori situate entro un certo intervallo. I valori delle variabili tenderanno ad essere quelli medi di tutta la categoria. L’ipotesi che le categorie siano insiemi sfuocati presenta però un punto debole. Le persone tendono ad attribuire una struttura sfuocata (gradi diversi di appartenenza), anche a categorie ben definite; come ad esempio nei numeri pari, i numeri 4 e 36 sono pari “allo stesso modo”.
APPRENDIMENTO
1. Il condizionamento classico di Pavlov ed i fenomeni ad esso connessi (generalizzazione, estinzione, etc.)
Il condizionamento classico è un processo per cui uno stimolo che in precedenza non evocava nessuna risposta arriva a provocare una risposta simile ad un riflesso, dopo essere stato abbinato in una o più prove a uno stimolo diverso che già evocava una risposta (battito di ciglia in presenza di un rumore). L'apprendimento associativo è stato scoperto da Pavlov studiando i processi digestivi del cane. Ne misurava la produzione salivare in risposta a vari tipi di stimolazione gustativa dopo aver deviato il condotto salivare dell'animale, in modo da poterne raccogliere la saliva secreta in ogni condizione sperimentale. La procedura di base consisteva nello scegliere uno stimolo neutro SN (stimolo sonoro o luminoso), e nel presentarlo accoppiato con uno stimolo detto stimolo incondizionato SI che produce la salivazione (carne). La salivazione così indotta viene chiamata risposta incondizionata RI. Pavlov scoprì che l'animale iniziava a salivare nel momento in cui compariva il suono o la luce. Il fenomeno era dovuto allo stabilirsi di un'associazione tra stimolo e risposta di salivazione. Alcuni fenomeni connessi allo studio di Pavlov sono:
il rafforzamento: maggiore è la frequenza di accoppiamento tra stimolo condizionato, e risposta incondizionata e maggiore è l'intensità e la regolarità di comparsa delle risposte condizionate.
Estinzione: lo stimolo incondizionato viene omesso ripetutamente, allora la risposta condizionata perde di intensità fino a sparire.
Generalizzazione: se il cane inizia a salivare al suono del campanello è probabile che inizi a salivare al suono di qualsiasi altro campanello. 
•	Il condizionamento operante e i concetti di rinforzo e punizione
una seconda prospettiva allo studio dell'apprendimento in ambito comportamentista è quella basata sul cosiddetto condizionamento operante. Thorndike fu il primo ad occuparsi di condizionamento operante e a proporne un principio esplicativo, la legge dell'effetto. Essa afferma che lo stabilirsi e il rafforzarsi di legami associativi tra stimolo e risposta non deriva semplicemente dalla loro contiguità temporale, ma dagli effetti che seguono la risposta. L'apprendimento avveniva per prove ed errori e per la legge dell'effetto, ossia un comportamento viene appreso e si stabilizza solo se la risposta produce un certo effetto sull'ambiente e sull'individuo. Il principio di base è comunque ancora lo stabilirsi di una connessione tra stimolo e risposta. Il principio chiave per spiegare questo fenomeno è il rinforzo ossia la conseguenza positiva che produce un aumento della frequenza del comportamento in questione. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Nel primo caso si tratta di eventi positivi che vengono aggiunti alla situazione; nel secondo caso si tratta di eventi negativi che vengono eliminati. La punizione è costituita dalla realizzazione di una situazione sgradevole allo scopo di non aumentare ma di diminuire la frequenza di un dato comportamento.
•	Interpretazione cognitivista del condizionamento classico

•	Apprendimento per segnali di Tolman
Secondo Tolman l'animale apprende perchè si crea una rappresentazione mentale della situazione;sarebbe questa rappresentazione mentale a guidarne poi l'azione.Se facciamo l'esempio di un ratto che corre in un labirinto avremo modo di notare che per imparare a percorrere il labirinto,l'animale deve imparare la mappa del labirinto,ossia averne una rappresentazione spaziale nella mente. In base a questa si può muovere e trovare vie d'uscita alternative nel momento in cui quelle solitamente impegnate risultassero bloccate. Per dimostrare che l'animale apprende una mappa spaziale del percorso e non una serie di comportamenti motori, Tolman ideò delle condizioni sperimentali semplici ma ingegnose. Un ratto viene posto su una piattaforma di legno a forma di croce,e fatto partire da un'estremità indicata come il punto P. In una prima fase riceve cibo nelle altre tre estremità della piattaforma,mentre da un certo momento in poi viene alimentato per un certo numero di volte solo nell'estremità A. Il ratto impara a percorrere il tratto che va da P ad A,dove trova il cibo. Per stabilire la natura dell'apprendimento il ratto veniva posto in una nuova posizione di partenza,ad esempio P1,rispetto al quale il punto A,quello in cui viene alimentato,si trova a sinistra,e non più a destra. Se il ratto ha semplicemente imparato delle risposte motorie,allora dovrebbe muoversi verso destra anche in questo caso. Se invece il ratto ha appreso la mappa e ne utilizza i rapporti spaziali per raggiungere il cibo,allora dovrebbe muoversi verso sinistra,dove effettivamente si trova il cibo. Ebbene,il ratto va direttamente verso il cibo dimostrando che il ratto non ha appreso una serie di movimenti,ma con l'esperienza si è creato una mappa mentale delle relazioni spaziali dell'intero percorso. L'apprendimento per segnali può anche essere considerato come l'apprendimento di una aspettativa,ossia l'apprendimento di una conoscenza. Ad esempio,l'animale impara che il cibo o la ricompensa si trova in un certo luogo, perchè quello è il luogo in cui l'ha sempre trovata,e mostra sorpresa se questa non c'è. La sorpresa è segno della mancata corrispondenza tra ciò che l'animale si attendeva di trovare e ciò che ha effettivamente trovato.
5. Interpretazione cognitivista del condizionamento operante

APPRENDIMENTO E MEMORIA NELLE RETI NEURALI
•	Elementi di base delle reti neurali artificiali
Le reti neurali artificiali sono dei sistemi di elaborazione dell'informazione ispirati al funzionamento del cervello, caratterizzati dalla capacità di apprendere e svolgere compiti complessi. Una rete neurale è formata da semplici elementi ispirati ai neuroni biologici, che agiscono in parallelo e che sono collegati fra loro formando una “rete”. Il sistema può essere addestrato a “vedere, sentire e muoversi”. Nel cervello, una rete neurale è formata da un certo numero di neuroni che agiscono e si influenzano a vicenda attraverso le connessioni che li collegano. L'analogia più semplice per il funzionamento del neurone è quella di un rilevatore di fumo. Allo stesso modo, un neurone di un nostro sistema visivo può rilevare se la faccia è vista di fronte o di profilo. In ogni caso, il neurone segnala ciò che ha rilevato attraverso la sua frequenza di scarica. I neuroni possono ricevere segnali da altri neuroni, formando quindi strati di rilevatori più complessi.
•	L’architettura delle reti neurali
L'architettura della rete è uno schema di connettività che identifica l'eventuale presenza di gruppi di neuroni diversi e il modo in cui i neuroni sono connessi fra loro. All'interno della rete è di solito possibile distinguere tre gruppi di neuroni diversi organizzati in strati. Le unità che ricevono l'input direttamente dall'ambiente formano lo strato di input,le unità che producono l'output finale della rete formano lo strato di output. Infine tutti i neuroni che non sono a contatto con l'ambiente sono chiamati unità nascoste e possono essere organizzate in più strati. Il numero di unità presenti in ogni strato dipende dalla natura del compito che la rete dovrà apprendere.
•	Modelli di apprendimento nelle reti neurali o algoritmi di apprendimento
La ricerca sulle reti neurali artificiali ha prodotto negli ultimi cento anni un numero notevole di algoritmi di apprendimento. In generale, dato un sistema che riceve una serie di input sensoriali, possiamo distinguere tre tipi diversi di apprendimento:
- apprendimento supervisionato: lo scopo di un sistema sottoposto a questa forma di apprendimento è imparare a produrre una risposta corretta (output) ogni volta che si presenta un nuovo stimolo (input) adeguato.
- apprendimento per auto-organizzazione: il sistema non ha alcun compito da eseguire. Lo scopo dell'apprendimento è costruire rappresentazioni dell'input più complesse e informative, che possono essere successivamente usate per il ragionamento, la decisione e la comunicazione.
- apprendimento per rinforzo: il sistema può anche produrre azioni che hanno un effetto sul mondo, e riceve rinforzi (o punizioni). Lo scopo dell'apprendimento è imparare ad agire in un modo che massimizza il rinforzo nel lungo termine. A differenza dell'apprendimento supervisionato, non viene fornito l'output desiderato ma solo un'informazione sulla bontà dell'output prodotto.
 EMOZIONI
•	Cosa sono le emozioni. La dicotomia emozione-ragione
Le emozioni sono fenomeni importanti per gli esseri umani, infatti ogni azione che svolgiamo comporta un’emozione. Gli individui, molto spesso, nei loro discorsi sono soliti esplicare episodi emozionali, sia che riguardino se stessi, conoscenti o personaggi fittizi, come quelli dei telefilm. Tutte le emozioni provengono sempre da un oggetto, chiamato antecedente emotigeno, che le suscita. Gli oggetti possono essere diversi, come una frase detta da qualcuno, un ricordo, un sogno, la morte di qualcuno ecc. A differenza delle emozioni, l’umore scaturisce da un dato evento ma persiste nel tempo anche se non ha più tale evento come oggetto. L’esperienza emotiva è un processo diviso in più fasi e che finisce nel tempo. le componenti dell’esperienza emotiva sono la localizzazione dell’evento nel tempo, ovvero se si tratta di un’emozione passata o futura, e la desiderabilità soggettiva dell’evento. Solitamente un individuo valuta l’evento a seconda delle risposte fisiologiche, espressive o comportamentali. Inoltre un individuo può decidere se mettere in atto una regolazione, ad esempio può scegliere di reprimere un’emozione. Le emozioni posso essere definite razionali a causa del riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, della regolazione delle emozioni, dell’empatia ecc. Infatti si può parlare di intelligenza emotiva, la quale ci aiuta a reagire in modo ideale nelle situazioni in cui sono implicate le emozioni. Le emozioni, inoltre, scaturiscono dai rapporti sociali e dalla relazione sociale con l’ambiente, infatti possono essere definite interpersonali. Precedentemente si credeva che le emozioni scaturissero dalla psiche di un individuo e dalla propria interiorità, poiché vi erano eventi come il dispiacersi per assassini oppure piangere per essere confortati che scaturivano, appunto, dalla propria interiorità. In realtà sia i rapporti interpersonali che quelli intrapsichici influenzano le emozioni. A volte, però, le emozioni possono rappresentare un limite poiché, ad esempio, se siamo in ansia per un esame, probabilmente, non riusciremo a dare il nostro meglio nello svolgimento. Si parla in questo caso di dicotomia emozione-ragione. Infine, le emozioni hanno diversa interpretazione a seconda dell’ambito in cui vengono analizzate, se ad esempio siamo nel settore psicologico, biologico, prendendo in considerazione i cambiamenti ormonali, o sociologico, prendendo in considerazione il clima sociale che caratterizza una società in un certo periodo. 
•	Eventi emotigeni antecedenti
Dietro ad ogni emozione c'è qualcosa che l'individuo ha a cuore, un interesse, un motivo, uno scopo, un valore. Il beneficio o il danno di tale interesse rendono un evento emotivamente rilevante. Gli interessi individuali costituiscono perciò predisposizioni emotive. Ciò implica che le emozioni sono fortemente ancorate alle credenze e alle conoscenze dell'individuo e dunque alla sua storia personale. L'individuo si rapporta non tanto ad un mondo (evento) oggettivo, quanto alla sua percezione, interpretazione di esso.
•	Multidimensionalità della valutazione degli eventi
La variabilità delle esperienze emotive è anche dovuta al fatto che la valutazione di un evento è un processo complesso, multidimensionale. Può avere infatti più fattori che lo determinano, come ad esempio la valenza (l'evento è piacevole o spiacevole?), la salienza (l'evento è funzionale agli scopi dell'individuo?), la novità (l'evento è familiare all'individuo?) il controllo (la situazione è sotto il controllo dell'individuo?), la certezza (quanto è probabile che l'evento abbia esito?), la fonte causale (chi ha causato l'evento?) e l'intenzionalità (l'evento è stato causato intenzionalmente?).
•	Il lessico emozionale
il lessico emozionale codifica vari aspetti dell'esperienza emotiva, in particolare l'intensità e la valenza, dimensioni che ben differenziano sia i termini sia le emozioni in se. Tuttavia questo processo di codifica è disomogeneo in quanto i singoli termini non codificano solitamente tutte le componenti. Per il ricercatore così come per l'individuo qualunque, il lessico costituisce quindi contemporaneamente una risorsa, che può aiutarci a mettere a fuoco diversi aspetti dell'esperienza emotiva, e un vincolo, dato che ci obbliga a scegliere che cosa mettere a fuoco se vogliamo parlare di un'esperienza.
•	Il processo emotivo
Il processo emotivo avviene attraverso una struttura ben definita: valutazione dell’evento, tendenza all’azione, risposte fisiologiche (cambiamento frequenza cardiaca) ed espressive (riso, pianto ecc.) e comportamenti scaturiti dai precedenti passaggi (immobilizzarsi, scappare, aggredire ecc.). La durata delle emozioni può avere un inizio ed una fine, ma in altri casi la durata delle emozioni può non essere definibile. Le emozioni possono scaturire anche mentre si svolgono altre azioni, sia in modo consapevole che in modo inconsapevole. Per la valutazione delle emozioni, infine, è necessario l’efficiente funzionamento dei processi cognitivi ad esse collegati e il buon funzionamento dell’organismo, infatti se le risorse energetiche non sono efficienti la sensibilità emotiva diminuisce.

MOTIVAZIONE
•	La definizione di Motivazione e le principali teorie
La motivazione è ciò che porta l’individuo a compiere una determina azione, ovvero a compiere una scelta. Essa è presente in modo diverso in ogni individuo, poiché ogni persona ha un proprio obiettivo da perseguire. Dunque la motivazione è un fattore che spiega i motivi dei comportamenti degli individui. La motivazione di un individuo dipende sia da fattori interni, come i bisogni, che esterni all’individuo, come gli obiettivi e le circostanze sociali. Una tassonomia distingue due tipi di motivazioni: estrinseche, come i premi e gli incentivi, e intrinseche, come la curiosità o il successo. Vi è una motivazione estrinseca quando si persegue un’azione per fattori esterni, mentre vi è una motivazione intrinseca quando si affronta un compito per sé stessi. La motivazione umana non è solo estrinseca o intrinseca, bensì scaturisce da un agglomerato di entrambe. Infatti la motivazione è un fattore molto complesso.
•	La teoria dei bisogni di Maslow
Secondo Maslow la motivazione è la manifestazione dell’insoddisfazione di alcuni bisogni primari. Maslow creò una piramide alla cui base vi sono i bisogni che hanno la precedenza sugli altri, che si trovano in posizioni più elevate, che vengono soddisfatti solo quando vengono appagati quelli alla base. Alla base della piramide abbiamo i bisogni fisiologici (la fame e la sete), poi i bisogni di sicurezza, i bisogni di appartenenza, i bisogni di stima e i bisogni di autorealizzazione (come i comportamenti altruistici). Dunque gli individui tendono ad appagare prima i bisogni fisiologici e poi tutti gli altri in ordine. Però tale teoria è troppo rigida, infatti non è detto che gli individui seguano una scala gerarchica così rigida. Inoltre se siamo molto impegnati in attività che ci interessano, il tempo passa senza che ce ne rendiamo conto e non percepiamo stanchezza e fame.
•	La motivazione alla riuscita
La motivazione alla riuscita rappresenta la necessità di eccellere nei compiti senza fallimenti. Essa scaturisce dalla necessità di avere un’immagine positiva di sé, ovvero dall’autostima, e dal voler compiere le azioni da soli, ovvero dall’orgoglio. Secondo Atkinson la motivazione alla riuscita scaturisce da due fattori opposti: ottenere il successo ed evitare il fallimento. Per questo motivo creò il modello delle scelte a rischio secondo cui le persone scelgono di affrontare o meno un compito a seconda della propria motivazione, ovvero se desiderano il successo o hanno paura del fallimento. Atkinson, per dimostrare la sua teoria, fece un esperimento con cui vari individui venivano chiamati a lanciare degli anelli in un piolo. Alcune persone, per paura di fallire, erano molto vicine al bersaglio o a distanze eccessive, per avere un alibi per il fallimento, mentre altre sceglievano distanze impegnative ma non impossibili. La tendenza ad ottenere il successo e ad evitare il fallimento divide gli individui in quattro categorie: sovramotivati, ovvero coloro che hanno un’alta tendenza a cercare di ottenere il successo e ad evitare il fallimento; orientati al successo, che hanno un’alta tendenza al successo e una bassa tendenza ad evitare il fallimento; orientati ad evitare il fallimento, che hanno una bassa tendenza al successo e un’alta tendenza a evitare il fallimento; orientati al fallimento, con bassa tendenza al successo e ad evitare il fallimento. La motivazione di competenza nel bambino avviene quando egli vuole fare da sé anche se non conosce bene le cose che lo circondano. Se un bambino, inizialmente, viene incoraggiato dagli adulti, tenderà, poi, a svolgere al meglio altre azioni senza il bisogno di approvazioni esterne. Mentre se il bambino viene scoraggiato dagli adulti, sempre nei suoi primi mesi di vita, egli avrà sempre un costante bisogno dell’approvazione esterna. Gli individui sono più motivati a svolgere azioni che hanno scelto di compiere piuttosto che a fare azioni che gli vengono imposte. Decidendo da soli, quindi con l’autodeterminazione, gli individui soddisfano tre bisogni: competenza, poiché sentono di avere il controllo sull’azione, autonomia, poiché possono scegliere l’attività da svolgere, e relazione, ovvero il bisogno di relazioni sociali. L’autodeterminazione, perciò, è il poter compiere decisioni autonome e il sentirsi competenti e apprezzati socialmente. 
•	La teoria attributiva
Le cause del successo e del fallimento sono diverse e possono essere distinte in cause interne, riguardanti la propria persona (abilità personali e impegno), e cause esterne, riguardanti gli altri o la situazione. Un successo attribuito a cause interne è molto più gratificante di quello attribuito a fattori esterni, mentre un fallimento dovuto a cause interne è molto più insoddisfacente di uno causato da fattori esterni. Anche l’attribuzione delle cause agli eventi dipende dal soggetto a cui sono assegnate. Solitamente, infatti, gli individui tendono ad attribuire cause interne ai propri successi e cause esterne a quelli altrui, mentre tendono ad assegnare cause esterne ai propri fallimenti e cause interne a quelli altrui. Tale fenomeno è chiamato errore edonico di attribuzione, che scaturisce al bisogno di salvaguardare la propria immagine. Inoltre cause come l’impegno e l’aiuto richiesto sono più controllabili rispetto alla fortuna e le abilità personali, mentre l’abilità personale è più stabile nel tempo della fortuna e dell’impegno. Dunque l’attribuzione dei successi o degli insuccessi dipende anche dalla stabilità nel tempo e dalla controllabilità. La teoria attributiva, dunque, scaturisce dai processi cognitivi messi in atto con l’analisi dei possibili successi o fallimenti. Da quest’analisi, poi, scaturiscono le emozioni, ad esempio, se un successo deriva dal proprio impegno si proverà orgoglio, mentre se deriva dall’aiuto altrui allora non vi sarà soddisfazione.
•	Motivazione e autostima
L’autostima deriva da sentimenti che si provano verso di sé e dai valori che si danno a ciò che ci circonda. Se ad esempio una persona crede in valori come la carità e l’impegno nello studio, ma crede di non perseguirli, avrà una bassa autostima. L’autostima, dunque, può essere definita da un rapporto tra il sé reale e il sé ideale di una persona. Solitamente chi possiede un’elevata autostima è più motivato ed ha approcci più positivi, mentre chi ha una bassa autostima è più incerto e tende a creare strategie di autosabotaggio, che vengono utilizzare per giustificare i fallimenti.


RAGIONAMENTO
•	La logica mentale e i modelli mentali
Fino a pochi decenni fa, la maggioranza degli psicologi del pensiero partiva dal presupposto che il ragionamento comune fosse basato sull'applicazione di regole logiche. Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo si compie nell'adolescenza con l'acquisizione delle operazioni formali, cioè delle regole formali della logica classica. Questa posizione, che possiamo definire teoria della logica mentale è attualmente difesa da pochi psicologi, dato che non riesce a spiegare adeguatamente alcuni fenomeni scoperti studiando il ragionamento delle persone non esperte in logica.
Secondo la teoria dei modelli mentali proposta dallo psicologo Philip Johnson-Laird, il ragionamento comune non dipende dall'applicazione di regole formali, ma dalla costruzione e manipolazione delle rappresentazioni mentali delle possibilità descritte dalle premesse. 
•	Gli effetti di contenuto nel ragionamento
Le regole logiche sono formali, cioè la loro applicazione non dipende dal contenuto delle premesse o dal contesto in cui queste sono situate. La scoperta che il contenuto delle premesse determina i processi di ragionamento è difficile da spiegare seguendo la teoria della logica mentale. Alcune teorie del ragionamento alternative a quest'ultima ne hanno proposto delle interpretazioni. Una corrente teorica attualmente molto diffusa, la cosiddetta “psicologia evoluzionista”, cerca di spiegare in una prospettiva evoluzionista gli aspetti centrali delle attività cognitive umane, in particolare le attività che sembrano proprie della specie umana, come il linguaggio e il pensiero astratto.
•	Il ragionamento probabilistico e le euristiche di giudizio
Secondo la teoria che tuttora domina parte delle scienze economiche, cioè la teoria dell'azione razione, l'attore razionale prende decisioni scegliendo le alternative che hanno la maggiore probabilità di produrre i migliori benefici. Una componente essenziale della decisione razionale, quindi è la capacità di valutare correttamente la probabilità di accadimento di eventi incerti. A Kahneman e Tversky, va il merito di avere dimostrato che la teoria della scelta razionale, sia pur accettabile come norma relativa ad un attore ideale, non descrive le scelte degli individui reali. Le ricerche da loro condotte hanno dimostrato, che le persone non prendono sempre decisioni razionali e non valutano sempre correttamente le probabilità degli eventi relativi alle scelte che devono compiere. 
Ci sono due tipi di euristiche. La prima è quella della disponibilità, ossia l'euristica che porta a stimare la frequenza di una classe di eventi sulla base della facilità con cui vengono alla mente gli esemplari della stessa. Tanto più numerosi saranno gli esempi ricordati o costruiti, tanto più grande sarà giudicata la categoria cui tali esempi appartengono. La seconda è quella della rappresentatività, ossia quella che stima la probabilità di un evento sulla base della sua rappresentatività. Significa basarsi sul grado di tipicità rispetto alla categoria cui appartiene.
•	Il ragionamento estensionale
La mente umana è veramente incapace di valutare le probabilità di eventi singoli? Secondo un'ipotesi derivata dalla teoria dei modelli mentali, le persone non esperte traggono inferenze probabilistiche come traggono quelle deduttive, cioè in modo estensionale. In altre parole, ragionano non applicando regole ma sulla base di rappresentazioni mentali di possibilità. In alcuni casi è impossibile valutare le probabilità in modo estensionale perchè le possibilità da enumerare sono troppe. In altri casi, invece, è possibile farlo sulla base di valori numerici associati alle possibilità fornite dal problema.
Domande per il volume FONDAMENTI DI PSICOLOGIA GENERALE LA PSICOLOGIA COGNITIVA (vedi slide on line) • Cosa studia la psicologia Cognitiva La Psicologia Cognitiva è un ramo della Psicologia e studia le funzioni più complesse della mente umana: i giudizi, le decisioni, soluzioni di problemi, come i pensieri vengono rappresentati nella nostra mente, codificati, immagazzinati e recuperati. • Quale definizione di mente, e cosa sono gli scopi e le credenze' Con il termine mente facciamo riferimento alle funzioni superiori del cervello e in modo particolare a quelle di cui si può averne coscienza. La mente può essere suddivisa in due classi di elementi: credenze e scopi. Le prime rappresentano ciò che l'individuo crede circa il mondo circostante, sono la visione di ciò che è. Gli scopi invece sono la speranza di ciò che sarà e si manifestano tramite le azioni, le quali rappresentano le interazioni tra credenze e scopi. METODI • Gli scopi della ricerca scientifica Gli scopi della ricerca scientifica sono due: la scoperta di regolarità, che comprende la descrizione del comportamento e la scoperta di relazioni regolari tra i vari aspetti del comportamento. La descrizione dei fenomeni studiati è il primo passo di ogni scienza. Ciò richiede la definizione degli eventi e delle entità coinvolte dette variabili. Può capitare di osservare che fra i vari aspetti del comportamento si manifestino delle regolarità che formano le leggi del comportamento; il secondo scopo è lo sviluppo di teorie. Una teoria è un insieme di asserzioni che collega tra loro varie leggi. Le teorie servono per organizzare le conoscenze in modo sistematico e a spiegare le leggi. Le teorie guidano la ricerca scientifica. Infatti un ricercatore inizia un esperimento sulla base di un'ipotesi: senza questa non si fa ricerca. • Gli studi sperimentali: variabili dipendenti e indipendenti Gli studi sperimentali avvengono attraverso degli esperimenti. Un esperimento è la variazione tra due o più variabili. In psicologia le variabili solitamente sono la misura di un comportamento osservato. Possiamo avere delle variabili dipendenti perchè dipendono dal valore di altre variabili dette indipendenti. Supponiamo di voler stabilire se i maschi hanno capacità matematiche superiori alle femmine. Somministriamo quindi un test a due gruppi formati rispettivamente da 50 maschi e 50 femmine. Ad ogni partecipante sarà richiesto di risolvere il maggior numero di operazioni in un tempo massimo di 10 minuti. La variabile dipendente sarà l'accuratezza, quella indipendente il sesso (maschio o femmina). Come possiamo stabilire se la variabile indipendente ha avuto effetto su quella dipendente' Dobbiamo usare metodi statistici. Considerando i punteggi al test dei soggetti possiamo osservare la presenza di due fonti di variazione: a) la variazione tra un gruppo e l'altro indotta dalla variabile indipendente; b) la variazione entro ciascun gruppo, dovuta alle differenze (casuali) tra i soggetti. • Gli studi correlazionali Oltre agli studi sperimentali, esistono quelli correlazionali, che hanno lo scopo di scoprire se esistono delle relazioni tra due o più variabili oggetto di studio. Se viene trovata una relazione tra due variabili si dice che le due variabili sono correlate. Supponiamo di voler scoprire se c'è una relazione tra stima di se e successo negli studi universitari. Sottoponiamo un questionario ad un campione di studenti. Vedremo così se vi è una correlazione tra punteggio di autostima e media dei voti. Se troveremo una relazione allora le due variabili saranno correlate. Se all'aumentare dell'autostima aumenta anche la media dei voti la correlazione sarà positiva (voti alti tendono ad essere accoppiati ad alti livelli di autostima, al contrario voti bassi corrispondono ad un basso livello di autostima). • La neuropsicologia la neuropsicologia è la disciplina che studia le basi neurali delle funzioni mentali. Una delle prime proposte sulla localizzazione cerebrale delle facoltà mentali risale al lacoro di Gall, il quale identificò 37 facoltà mentali e morali. La sua teoria non aveva però fondamento scientifico. Il metodo neuropsicologico classico nasce dallo studio di disturbi del linguaggio prodotti da una lesione cerebrale. Broca e Wernike tentarono di stabilire una connessione fra lesioni cerebrali e disturbi afasici. Intorno agli anni 70 del secolo scorso nasce una nuova corrente denominata neuropsicologia cognitiva. Il suo interesse non era quello di stabilire quale area del cervello fosse coinvolta in una funzione cognitiva ma studiare il comportamento di pazienti con disturbi neuropsicologici per capire meglio il funzionamento dei processi mentali normali. Lo strumento di indagine principale è quello della dissociazione ossia l'osservazione che un paziente mostra un danno selettivo ad una particolare componente del sistema cognitivo. • I metodi cronometrici (tempi di reazione, Effetto Stroop etc.) la cronometria mentale nasce con gli studi del fisiologo olandese Donders che per primo ipotizza la possibiltà di misurare la durata di esecuzione delle operazioni mentali attraverso la misura dei tempi di reazione. Donders mette in pratica il seguente esperimento: viene chiesto all'esaminato di premere un tasto il più rapidamente possibile ogni volta che su uno schermo del computer comparirà un pallino luminoso. Il tempo di reazione è il tempo che intercorre tra la comparsa dello stimolo e la pressione del tasto, cioè la latenza di risposta. L'esperimento di Stroop invece prevede che i partecipanti vedano dei nomi di colori scritti con un inchiostro colorato e devono denominare il colore dell'inchiostro ignorando la parola scritta. Il significato della parola sarà incongruente nel momento in cui bisognerà dire “rosso” in risposta allo stimolo verde, ma sarà congruente se lo stimolo è rosso. Infine se lo stimolo è xxxx avremo una situazione neutra. Questo esperimento dimostra quindi che l'incongruenza fra il colore dell'inchiostro e il significato della parola ci rende più lenti e meno accurati nelle risposte. Ciò dimostra che non siamo in grado di ignorare una parola scritta anche se cerchiamo di farlo con tutte le nostre forze poiché accedere al significato delle parole scritte è un processo automatico. PERCEZIONE • Il concetto di soglia assoluta il concetto di soglia assoluta nasce in relazione alla domanda: le nostre sensazioni sono misurabili' La soglia assoluta rappresenta la grandezza minima degli stimoli, poiché al di sopra di essa li percepiamo, al di sotto no. Gli organi sensoriali identificano stimoli fisici e trasmettono al cervello segnali bioelettrici che possono far scaturire le sensazioni, che saranno presenti solo se lo stimolo fisico avrà una certa grandezza fisica, ovvero una soglia assoluta, cioè una quantità minima. Usiamo la parola soglia per indicare il confine tra ciò che riusciamo e ciò che non riusciamo a cogliere con i nostri organi di senso. Alcuni esempi di stimoli di soglia assoluta sono: per il sistema visivo, una luce di una candela in una notte limpida a 50km di distanza; per il sistema uditivo, il ticchettio di un orologio a 6 metri di distanza in condizioni di assoluto silenzio; per il sistema tattile l'ala di una mosca che cade sulla nostra guancia ad una distanza di 1 cm. CONTINUA CORREZIONE • La legge di Weber e la legge di Fechner La legge di Weber afferma che più grande è lo stimolo, maggiore è l’incremento che bisogna apportare affinché un individuo rilevi il cambiamento. Se doniamo 50 euro ad una persona povera penserà di essere ricca, al contrario di un milionario. Tale legge, inoltre, è valida solo se l’intensità non sia più bassa della soglia assoluta. Secondo la legge di Fechner il cambiamento d’intensità di una sensazione viene percepito solo in relazione alla variazione della grandezza dello stimolo, perché se ci troviamo in una stanza buia e accendiamo una candela, noteremo un elevato cambiamento d’intensità mentre noteremo poca differenza se, dopo la seconda, ne accendiamo una terza. • Il metodo dei limiti Il metodo dei limiti è uno dei metodi psicofisici e serve per misurare le soglie. Questo prevede che lo sperimentatore presenti all'osservatore uno stimolo tanto debole da non potere essere rilevato e che ne aumenti gradualmente l'intensità. In corrispondenza di un certo valore di intensità l'osservatore segnalerà la presenza dello stimolo e la media fra questo valore e il valore immediatamente precedente sarà la misura della soglia. Lo sperimentatore interromperà a questo punto la presentazione dello stimilo assumendo che gli stimoli di intensità maggiore saranno tutti rilevati. • La soglia differenziale la differenza minima di intensità tra due stimoli che permette di rilevare che tali stimoli sono diversi è chiamata soglia differenziale, ed è anche nota come differenza appena percepibile. La soglia differenziale è la minima quantità di cambiamento nell'intensità di uno stimolo (chiamato stimolo standard Ss) necessaria affinchè tale stimolo venga percepito come diverso da uno di confronto (Sc). La differenza fra due intensità (Sc-Ss) che determina la soglia differenziale si indica Δ I (delta indica la differenza e I l'intensità). • Il sistema dei coni e bastoncelli e la relazione fra sensibilità e acuità I coni e i bastoncelli sono due fotorecettori, fanno quindi parte del sistema visivo. I coni si concentrano nella zona centrale della retina (la fovea) e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta. I bastoncelli, invece, sono più sensibili al movimento, sono impiegati per la visione al buio e si concentrano nella zona periferica della retina. Presentano una diversa sensibilità alla luce. La differenza di sensibilità è dovuta alla presenza dei bastoncelli nella periferia del campo visivo che si raggruppano e, attraverso le cellule gangliari, che percepiscono tutti i segnali insieme senza distinguerli, fanno giungere gli stimoli in modo unitario nei centri superiori del sistema visivo. Mentre i recettori nella regione centrale della retina, i coni, non si raggruppano e, dopo essere stati trasmessi e codificati, uno ad uno, dalle varie cellule gangliari, i diversi stimoli saranno percepiti come distinti. • Il fenomeno della costanza percettiva di bianchezza Il sistema visivo è capace di adattarsi ai livelli di luminosità ambientali. Tramite la costanza percettiva di bianchezza sappiamo che il sistema visivo, adattandosi ai vari livelli di luminosità ambientali, non percepisce differenze luminose sostanziali con la variazione della luminosità ambientale. Se siamo in un ambiente molto luminoso e ci addentriamo in uno con scarsa luminosità, avremo un aumento della sensibilità assoluta dei bastoncelli alla periferia, mentre se siamo in un ambiente poco luminoso ed entriamo in uno molto luminoso, avremo una diminuzione della sensibilità dei coni nella visione centrale. • La codificazione sensoriale del colore la percezione del colore è determinata dall'attivazione relativa dei coni “blu, verde e rosso” che sono tutti e tre attivi in ogni punto della retina. Tuttavia poiché ciascun cono corrisponde ad una vasta gamma di lunghezze d'onda non basta la risposta dei fotorecettori a darci la visione del colore. La capacità di discriminare vari colori dipende dalla risposta dei neuroni presenti a tutti i livelli delle vie visive comprese le cellule gangliari della retina. L'organizzazione concentrica del campo recettivo di queste cellule fa si che ciascuna di esse sia eccitata da certe lunghezze d'onda e inibita da altre e ciò ci permette di vedere le differenze di colore. PROCESSI PERCETTIVI DI BASE • L’informazione ottica L'informazione ottica determina la visione degli oggetti. Non è l'energia luminosa a determinare la visione. Infatti, ad esempio, la nebbia distrugge l’informazione ottica ma non la luce, quindi non ci permette di vedere gli oggetti e ci costringe a muoverci alla cieca. • I processi di codificazione e organizzazione L'informazione è un concetto relazionale non è indipendente dall'osservatore. Non tutti gli osservatori sono uguali: dobbiamo distinguere l'osservatore ideale da quello reale. Il primo utilizza tutte le informazioni disponibili, il secondo ne utilizza solo una parte. • Lo spazio visivo Lo spazio percepito è strutturato intorno a due assi, verticale e orizzontale, che fungono da riferimenti cardinali. La stessa forma, che normalmente chiamiamo quadrato, quando viene ruotata di 45 gradi assume uno strano aspetto. Si tratta della stessa forma geometrica ma non della stessa forma percepita. La percezione è una rappresentazione dotata di struttura, che non corrisponde alla codificazione di tutti gli aspetti di una determinata configurazione, indipendentemente dal contesto spaziale in cui essa è inserita. • Articolazione figura/sfondo, e i fattori ad essa sottesi gli spazi vuoti tra gli oggetti non vengono notati. Vediamo gli oggetti come entità dotate di forma, mentre gli spazi intermedi ne sono privi, salvo nel momento in cui riusciamo a portare la nostra attenzione sui vuoti e a vederli come figure. Questa inversione di ruolo si verifica facilmente con il profilo del cielo modellato dalle colline. Il fatto che le inversioni figura/sfondo siano osservabili in natura è importante. Indica che le dimostrazioni in contesti controllati, in cui sono utilizzate figure stampate su carta o generate sul monitor di un PC, sono le semplificazioni dei fenomeni percettivi osservabili in contesti naturali, non delle curiosità eterogenee. L'inclusione è un potente fattore di figura/sfondo: a parità di altre condizioni, tende a diventare figura la regione inclusa. • Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva corrisponde alla funzione unilaterale del contorno di una figura poiché delinea solo la figura e ne definisce la forma, mentre senza di esso lo sfondo sarebbe informe. Gli individui, inoltre, tendono a rappresentare un’immagine semplice e attraverso il principio di minimo, sappiamo che avviene un risparmio sui costi di rappresentazione degli oggetti. • I fattori responsabili dell’organizzazione di elementi discreti in unità percettive • La teoria della gestalt e la teoria Helmotziana della percezione Secondo la teoria della Gestal il principio di minimo, ovvero la tendenza verso la rappresentazione più semplice, è una proprietà intrinseca del sistema visivo e non dipende dalle esperienze dell’osservatore. Helmholtz, invece, sosteneva che la percezione sia il frutto di giudizi inconsci e che l’osservatore abbia determinate percezioni solo dopo aver valutato se sia possibile o meno che una determinata immagine sia effettivamente presente nel mondo esterno. RICONOSCIMENTO DI OGGETTI • Riconoscimento e categorizzazione di oggetti Riconoscere un oggetto significa categorizzarlo. Categorizzare implica lo stabilirsi di una funzione univoca tra elementi che sono diversi in un determinato piano di analisi e un elemento che è condiviso in un piano di analisi distinguibile dal precedente. Il sistema delle categorie ha una struttura gerarchica. Per il primo livello di solito si parla di Categorie di base. Di norma la categoria di base coincide con il nome attribuito a un determinato esemplare, mentre per il secondo si parla di Categorie subordinate e sovraordinate. Il livello in cui si situa spontaneamente il riconoscimento ha il nome di Categoria d’entrata, livello di base al quale si situa spontaneamente il riconoscimento. È ragionevole ipotizzare che il livello di accesso nella fase di riconoscimento dipenda dal grado di familiarità con gli oggetti cui siamo esposti. Fra le informazioni connesse ai singoli livelli vi possono anche essere rappresentazioni sull’uso che di un oggetto possiamo fare. Pertanto riconoscere un oggetto rappresenta anche un mezzo per associare l’oggetto con le rappresentazioni che descrivono i suoi utilizzi. • Modelli di riconoscimento di templates I modelli di riconoscimento dei templates sono quello di Marr e quello di Biedermann. Il modello di Marr: definisce il concetto di rappresentazione mentale. La costruzione di una descrizione strutturale di un oggetto, o meglio di una forma, passa attraverso l’individuazione degli assi di simmetria o di elongazione. La ricostruzione di una descrizione strutturale avviene in tre fasi: La prima è l’abbozzo primario (Rappresentazione a due dimensioni dei contorni ai diversi livelli di dettaglio); La seconda è l’abbozzo a due dimensioni e mezza (Integrazione dei contorni e delle superfici dell’oggetto con le informazioni fornite dalla stereopsi, dal movimento e dalle ombre, che sono di tipo tridimensionale); La terza è il modello tridimensionale (Descrizione completa della struttura tridimensionale dell’oggetto, quindi che specifica le parti di un oggetto e la relazione tra le parti, secondo un sistema di coordinate). Il modello di Biedermann: Qualsiasi oggetto può essere rappresentato da una descrizione in termini di volumi primitivi detti geoni. Attraverso essi (36 circa quelli proposti da Biederman) siamo capaci di descrivere quasi tutti gli oggetti che vediamo. • Il concetto di rotazione mentale ed i principali esperimenti La rotazione mentale è un insieme di meccanismi che che permettono di ricostruire la rappresentazione intermedia fra due punti di vista. La prova empirica della rotazione mentale fu effettuata da Shepard e Metzler. Gli sperimentatori hanno chiesto ai soggetti se le coppie di figure tridimensionali disegnate al computer erano due figure diverse o rappresentavano la stessa figura. Quanto più aumenta la rotazione di un oggetto per vedere se corrisponde all’altro, tanto più aumenta il tempo di risposta dei soggetti. • Il riconoscimento dei volti Esistono meccanismi innati specializzati nel riconoscimento dei volti. I volti sono degli oggetti che hanno un funzionamento particolare nell’ambito del loro riconoscimento rispetto ad altri oggetti. I volti sono una classe speciale di oggetti. Dentro la descrizione di un volto noi possiamo individuare diverse persone. Vi sono inoltre alcuni dati a favore di questa teoria: il primo rivela che esistono pazienti neurologici con un deficit specifico nella capacità di riconoscere e discriminare i volti; il secondo dice che che nei bambini, già dopo pochi giorni di vita, si rileva la capacità di distinguere disegni in cui sono contenuti dei volti; il terzo infine dice che il modo in cui noi percepiamo un volto non è indipendente dalla prospettiva in cui lo vediamo. • Il riconoscimento di oggetti nuovi e concetto di affordance Gli oggetti nuovi presuppongono una forma di riconoscimento che non comporti l’accesso a conoscenze già presenti in memoria. Gibson pensò che nell’ambiente siano presenti tutte le informazioni che ci servono per riconoscere un oggetto, quindi ad esempio quelle che specificano quali azioni possano essere svolte su quell’oggetto e ha assegnato il nome di “affordances” a tali informazioni (questo termine è un neologismo e in inglese equivale a “la disponibilità a subire una certa azione”) à Queste informazioni possono essere raccolte direttamente senza bisogno di attingere a rappresentazioni interne. ATTENZIONE E COSCIENZA • Cosa è l’attenzione L’attenzione è il fenomeno tramite il quale la nostra concentrazione si indirizza su un determinato oggetto o evento. Essa ci permette di ascoltare con attenzione un discorso o di effettuare determinate attività, come guidare ad esempio. L’attenzione, dunque, altro non è che il processo tramite cui vengono selezionate le informazioni che provengono dall’esterno, mentre altre vengono discriminate. Gli esseri umani necessitano del processo dell’attenzione poiché sono circondati da troppe informazioni e, data la nostra limitatezza biologica, non sono in grado di recepirle tutte. Infatti un individuo non riesce a seguire contemporaneamente il discorso di due persone a causa della propria limitatezza cognitiva. Lo studio dell’attenzione avviene tramite tecniche tradizionali, come la misura dei tempi di reazione e dell’accuratezza delle risposte, e cerca di analizzare i processi cognitivi messi in atto dagli individui. • L’attenzione spaziale e suoi principali paradigmi Lo spostamento dell’attenzione fu studiato attraverso il paradigma del suggerimento spaziale, anche chiamato paradigma di Posner. Con tale esperimento veniva chiesto agli individui di focalizzare l’attenzione su una croce, la quale si trovava nel mezzo di due quadrati, nei quali apparivano gli stimoli, e di indicare il punto in cui era apparso lo stimolo, dopo che gli era stato fornito un suggerimento attraverso una freccia che appariva sulla croce stessa. In alcune prove lo stimolo appariva nel quadrato suggerito, mentre in altre nell’altro. Il tempo di reazione era maggiore se lo stimolo appariva nel quadrato di sinistra, ad esempio, e l’attenzione era su quello di destra, mentre era nettamente minore se lo stimolo appariva nel quadrato di destra e l’attenzione era proprio su quel quadrato. Ciò sta a significare che l’elaborazione dell’informazione è minore se l’individuo focalizza la sua attenzione preventivamente in un punto. • L’attenzione basata sugli oggetti Vi è un’altra teoria secondo cui l'attenzione è basata sugli oggetti. Attraverso un esperimento, in cui venivano presi due oggetti sovrapposti, che occupavano, quindi, la stessa posizione spaziale, veniva richiesto agli individui di indicare le caratteristiche degli oggetti (se avevano linee tratteggiate o se erano inclinati). In un esperimento veniva preso in considerazione un solo oggetto, mentre in un altro due oggetti diversi. I risultati dimostrarono che gli individui riuscivano ad esporre con più dettagli le caratteristiche di un singolo oggetto, mentre l’analisi era meno specifica quando si trattava di due oggetti diversi. Ciò significa che l’individuo spostava l’attenzione da un oggetto all’altro e, quindi, la rappresentazione delle caratteristiche di due oggetti gli risultava più difficile. L’attenzione, inoltre, può essere focalizzata anche su oggetti distanti tra loro ma simili. • L’attentional blink e la cecità al cambiamento L’attentional blink (battere le palpebre) è un fenomeno che avviene quando l’individuo non può discriminare un evento poiché la sua attenzione è concentrata su altro. Dunque vi è un deficit percettivo. Tale teoria fu analizzata attraverso un paradigma in cui venivano rappresentate consecutivamente una serie di lettere nella stessa posizione spaziale. L’intervallo tra una lettera ed un’altra, inoltre, era brevissimo e l’individuo doveva individuare la lettera che gli veniva indicata all’inizio del test. Quando egli doveva individuare un solo elemento, nella maggior parte dei casi, la risposta era esatta, quando, però, veniva aggiunta una nuova variabile, ad esempio una lettera colorata, da identificare insieme alla lettera iniziale, se le due lettere da identificare risultavano vicine l’osservatore riusciva ad identificare solo la prima che appariva, mentre se erano lontane riusciva a riconoscerle entrambe. Ciò significa che l’attenzione riposta sulla prima lettera, se molto vicina alla seconda, non permetteva un ulteriore attenzione sulla lettera successiva come se essa non fosse rilevata a causa di un mancata attenzione momentanea. Vi è anche un altro tipo di fenomeno che rileva un deficit dell’attenzione, ovvero la cecità al cambiamento che avviene quando una persona è incapace di individuare cambiamenti rilevanti quando essi avvengono insieme ad altri eventi che disturbano, come quando si osserva un’immagine e viene spento e poi riacceso il monitor, o quando appaiono altri oggetti sulla scena. Tale fenomeno fu dimostrato attraverso il paradigma del flicker in cui venivano presentate ad un individuo due immagini, per cinque secondi, identiche in tutto, tranne per un particolare, intervallate da uno spegnimento del monitor che durava circa due secondi. Tale paradigma veniva ripetuto per circa un minuto, ma gli individui non erano in grado di percepire cambiamenti, sebbene evidenti, di due immagini consecutive. Questo paradigma, quindi, dimostrò che in assenza di attenzione focalizzata sulle parti dell’immagini non è possibile notare sostanziali cambiamenti in un immagine. • Il neglect I disturbi dell’attenzione possono essere causati anche da lesioni cerebrali. Una sindrome dovuta a lesioni cerebrali è la negligenza spaziale unilaterale, che comporta l’incapacità di orientare l’attenzione verso metà del campo visivo. La caratteristica delle persone affette da tale sindrome, infatti, non è quella di non vedere gli stimoli, ma di non percepire quelli alla propria sinistra come se non esistessero. Infatti, ad esempio, questo deficit comporta il mangiare solo metà di quello che è nel piatto di fronte a loro. Per questo motivo gli individui affetti da tale sindrome sono incapaci di orientare l’attenzione verso sinistra, se la parte lesionata è quella destra del cervello. • Processi non consapevoli di attenzione (ascolto dicotico, mascheramento visivo etc.) Uno stimolo a cui non si presta attenzione potrebbe essere percepito inconsapevolmente, però, tali processi non consapevoli sono difficili da analizzare poiché gli osservatori non possono basarsi su una risposta diretta, ovvero consapevole, del soggetto e quindi capire se un’informazione è stata elaborata o meno. Una tecnica utilizzata per rilevare percezioni inconsapevoli è l’ascolto dicotico attraverso cui un individuo viene sottoposto all’ascolto di due messaggi diversi, uno per orecchio, e gli viene chiesto di ripetere ciò che sente focalizzando la propria attenzione solo su un orecchio, ad esempio quello destro. Quindi l’attenzione del soggetto era rivolta interamente ad un unico messaggio, infatti l’ascoltatore non sapeva dir nulla del messaggio escluso. Successivamente fu sperimentata l’introduzione del nome dell’individuo all’interno del discorso escluso. Il soggetto, in questo caso, spostava la sua attenzione sul discorso escluso, però ciò avveniva consapevolmente. Quindi fu utilizzato un'altra tecnica, quella del condizionamento che produceva una risposta fisiologica ad una parola a cui era associata una leggera scarica elettrica. Anche se gli individui erano concentrati sul discorso dell’orecchio destro, quando veniva trasmessa la parola nel discorso dell’orecchio sinistro essi producevano una risposta fisiologica, dato che sapevano che dopo aver udito una data parola ci sarebbe stata una leggera scarica elettrica, anche se non erano consapevoli di aver udito la parola. Un’altra tecnica indiretta, che stabiliva se fosse possibile un’elaborazione non consapevole, è il mascheramento visivo tramite cui viene presentato uno stimolo seguito da un simbolo che lo nasconde e l’individuo deve identificare lo stimolo iniziale. Nella tecnica del mascheramento visivo è utilizzato anche il priming per cui l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. Per esempio se viene presentata una parola come cane, in modo inconsapevole, e l’individuo, successivamente, dovrà indicare la categoria a cui appartiene una parola, che appartiene sempre alla specie animale, gli occorrerà meno tempo per rispondere correttamente. Il processo d’attenzione consente di individuare alcune informazioni e di far raggiungere ad esse la consapevolezza, ovvero la coscienza. Dunque l’attenzione è come un canale di accesso alla coscienza, che è limitata. Quindi gli individui possono incanalare solo un numero limitato di informazioni. Dunque la coscienza è un processore centrale che limita le informazioni. Gli orientamenti automatici e volontari si applicano in tutto il processo cognitivo, infatti abbiamo processi automatici e volontari. Ad esempio possiamo prendere una decisione volontariamente, per esempio quella di effettuare una azione, ma svolgere l’atto meccanicamente, come ad esempio quando decidiamo di percorrere una strada ma riusciamo a svolgere tale azione anche facendo altro, per esempio parlando con chi ci sta accanto. La coscienza, inoltre, può decidere di interrompere quei processi avviati automaticamente. Dunque, secondo alcuni ricercatori attenzione e coscienza coincidono mentre secondo altri no. Ciononostante l’attenzione e la coscienza sono due fenomeni collegati e gli individui sono consapevoli solo di ciò a cui prestiamo attenzione. SISTEMI DI MEMORIA • Le fasi di codifica, ritenzione e recupero Le fasi del ricordo sono tre: prima l’informazione viene appresa (fase di codifica), poi viene mantenuta nella memoria finché non ci serve (fase di ritenzione), e, infine, viene usata, ovvero ricordiamo (fase di recupero). La fase di codifica è il momento in cui un informazione viene inserita tra informazioni già presenti. La durata dell’informazione nella memoria dipende dalla profondità della codifica, infatti più profondo è il livello di elaborazione dell’informazione più è probabile che essa persista nella mente. Una buona codifica, però, non garantisce il persistere dell’informazione nella memoria, infatti il processo di recupero avviene solo attraverso il processo di ritenzione. Il processo di ritenzione consiste nel mantenimento dell’informazione nella memoria. Solitamente gli individui, per immagazzinare l’informazione, utilizzano la ripetizione, ovvero ripetere un informazione per ricordarla meglio, oppure ripeterla dividendola in più parti e collegando le varie parti a informazioni già presenti nella memoria. Il mantenimento dell’informazione, poi, dipende anche dall’informazione a cui la leghiamo, se è permanente o meno. Il recupero, invece, dipende dalle informazioni che sono disponibili nel momento del recupero, ovvero dalla forza delle tracce rimaste nella memoria. Secondo il principio di specificità della codifica, nella nostra memoria sono presenti moltissime tracce, le quali possono essere utilizzate in ogni momento. Il recupero delle tracce, dunque l’elaborazione del ricordo, avviene solo se vi è compatibilità tra la traccia e lo stimolo esterno. Ad esempio possiamo ricordare associando una traccia ad un oggetto, o rilevare caratteristiche simili tra la traccia e l’oggetto in questione o poiché vi è un riconoscimento. Quindi la qualità del ricordo dipende dalla codifica, dalla forza della traccia e dal contesto. • La memoria sensoriale e l’esperimento di Sperling Fin dagli inizio del novecento venne distinta una memoria primaria, ovvero una memoria breve termine, la quale consisteva nelle informazioni presenti nella coscienza, e una memoria secondaria, cioè una memoria a lungo termine, la quale possedeva informazioni che non erano presenti nella coscienza, ma che potevano essere ripescate all’occorrenza. Successivamente, nella metà del novecento, Sperling fece un esperimento in cui mostrava un gruppo di lettere, per pochissimi secondi, a un individuo e, successivamente, gli chiedeva di riferire le lettere che ricordava. Il soggetto riusciva a ricordare solo 4 o 5 delle 12 lettere presenti, ma sapeva di aver visto più lettere. Così Sperling decise di sperimentare un nuovo metodo col quale chiedeva ai soggetti di riportare solo alcune lettere. Sperling presentava tre righe di lettere, in un unico foglio, e successivamente faceva udire tre tipi di tonalità diverse (alta, media e bassa) a seconda della riga (su, in mezzo, giù) che gli individui dovevano ricordare. Con tale esperimento i soggetti ricordavano almeno 9 lettere, ovvero 3 di ogni gruppo, sulle 12 presentate. Tale esperimento fece costatare l’esistenza di una memoria iconica, cioè visiva, e di una memoria ecoica, ovvero uditiva, che sono molto brevi ma rappresentano, attraverso questi due organi di senso, gli stimoli presenti. Dunque si ebbe la certezza di un sistema di memoria sensoriale, ma anche della possibile esistenza di una memoria a breve termine e di una memoria a lungo termine, le quali spiegavano i fenomeni di ricordi temporanei e di quelli permanenti. • Differenze tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine per spiegare i fenomeni di ricordo temporaneo e permanente bisogna fare una distinzione tra una memoria a breve termine e una a lungo termine. Gli innumerevoli compiti che affrontiamo nella nostra vita quotidiana richiedono l'intervento di processi e sistemi di memoria diversi. Quando si parla di ricordo temporaneo o di memoria a breve termine si fa riferimento ad un sistema chiamato memoria di lavoro che mantiene ed elabora le informazioni durante l'esecuzione di compiti cognitivi. La memoria di lavoro rappresenta il nostro presente, trasforma il passato in presente, ha capacità limitata. Al contrario la memoria a lungo termine ha una capacità maggiore e fissa ricordi del passato. Ricordare un numero di telefono appena sentito richiede l'uso della memoria a breve termine, ricordare il proprio numero di telefono richiede quella a lungo termine. • Il paradigma di identificazione percettiva L'identificazione percettiva è uno dei più noti paradigmi della memoria implicita. In questo test i partecipanti, in una prima fase, detta fase di studio, vedono su uno schermo una lista di parole, presentate una per volta. In una seconda fase, detta fase di test, i partecipanti devono identificare una serie di parole presentate, una per volta, su uno schermo per un tempo così breve che è difficile persino vederle. Alcune delle parole presentate in questa seconda fase sono state presentate anche in fase di studio (primed) altre sono del tutto nuove (unprimed). Il risultato è che i soggetti identificano più facilmente le parole primed rispetto alle unprimed. È come se la sola esperienza di avere incontrato prima alcune parole sia sufficiente ad influenzare il comportamento successivo senza che la persona abbia mai tentato di recuperare consapevolmente quella informazione. • La memoria prospettica l'intenzione di compiere una data azione in un futuro che non è sempre immediato e i processi che stanno alla base della realizzazione di queste intenzioni, e delle conseguenti azioni ad esse associate, formano la memoria prospettica. Sono molti e diversi i suoi compiti che svolgiamo nell'arco della giornata, come cucinare una torta, prendere una pillola ecc. In ogni compito di memoria prospettica è presente anche una componente retrospettiva: per ricordare di prendere la medicina, devo richiamare alla memoria una serie di eventi passati (es. l'ultima volta che ho preso la pastiglia, nome del farmaco ecc.). Vi sono cinque fasi che sembrano caratterizzare il processo che porta al ricordo di un'intensione: formazione e codifica di un'intenzione, intervallo di ritenzione, intervallo di prestazione, inizio ed esecuzione dell'azione che si ha intenzione di compiere, valutazione del risultato. • I livelli di memoria autobiografica La memoria autobiografica è il sistema in cui vi sono i ricordi legati al sé, ovvero ricordi di episodi passati che ci rappresentano e che ci permettono di proiettarci nel futuro. I ricordi autobiografici, ovvero personali, sono vari pezzi di esperienza che compongono il nostro io, quasi come un mosaico. La ricostruzione di ricordi autobiografici avviene attraverso tre livelli che sono organizzati gerarchicamente. Il primo livello è quello in cui vi sono ricordi collegati ad estesi periodi della vita, come ad esempio il ricordo del liceo. Il secondo livello, sebbene sia chiamato livello degli eventi generali, è più specifico e riguarda i ricordi passati avvenuti in un arco di tempo breve, come giorni o settimane, come ad esempio vacanze o malattie. Il terzo livello, invece, rappresenta la conoscenza di eventi specifici e comprende ricordi brevissimi, che vanno da alcuni secondi ad alcune ore, come quando ricordiamo un indumento che abbiamo indossato un giorno. La memoria autobiografica, però, è data dall’unione dei tre livelli. I ricordi mnemonici sono accurati, soprattutto se ci riferiamo ad un ricordo generale, ma, a volte, non sono sempre affidabili. Infatti può capitare di associare un ricordo ad un evento solo per colmare il buco mnemonico che abbiamo di quella situazione. In effetti può capitare di collegare un ricordo che non c’è mai stato ad un evento solo poiché questo ricordo sembra essere plausibile con la situazione. MEMORIA SEMANTICA E DI CATEGORIZZAZIONE • Cosa è la memoria semantica e distinguerla dalla memoria episodica Molte teorie contemporanee assegnano una struttura multifunzionale e multidimensionale alla memoria che viene vista come una architettura complessa in grado di rappresentare tipi diversi di informazioni. Una suddivisione riguarda: -la rappresentazione di riferimenti spazio-temporali e personali I RICORDI -la rappresentazione di informazioni di carattere generale LE CONOSCENZE Il primo sistema di rappresentazione è chiamato memoria episodica, Il secondo sistema di rappresentazione è chiamato memoria semantica. Per le informazioni relative alla memoria semantica usiamo il verbo “sapere”, per quelle relative alla memoria episodica usiamo il verbo “ricordare”. La memoria semantica costituisce il repertorio di concetti posseduti da ciascuna persona. In quanto tale, essa è la base di conoscenze che ci permette di agire in modo funzionale nel mondo che ci circonda. Tali conoscenze sono create a partire dal mondo sensoriale, attraverso l'esperienza. • Modelli della memoria semantica I modelli della semantica si possono distinguere in tre gruppi: rappresentazione astratta – le informazioni sono mantenute in memoria semantica in un formato amodale, slegato cioè dalle informazioni sensoriali-motorie delle entità rappresentate. Secondo tali modelli la rappresentazione prescinde dalla particolare situazione in cui l'elemento può trovarsi nel mondo reale. Modelli per esemplari – il sistema concettuale è costituito dalle memorie degli esemplari che sono stati codificati nel tempo. In altre parole, la rappresentazione del concetto “cane” è costituita dalle tracce mnestiche di tutte le situazioni che ho codificato in cui erano presenti dei cani modelli connessionisti della rappresentazione delle conoscenze – postulano nella maggior parte dei casi un'architettura distribuita in cui la rappresentazione di un concetto viene spalmata su diversi sottosistemi. Pertanto secondo questo approccio non esiste un nodo concettuale corrispondente a cane. Esistono invece insiemi di attributi di base condivisi da un numero variabile di elementi che si attiveranno in configurazioni appropriate in riferimento al concetto rilevante. • Le funzioni dei processi di categorizzazione La capacità di classificare e rappresentare elementi in classi, ovvero il processo di categorizzazione, assolve diverse funzioni. Una prima funzione della categorizzazione è quella di rendere possibile l'esecuzione di risposte comportamentali riferite ad una classe di oggetti cognitivamente equivalenti (es. se ci viene richiesto di utilizzare due coltelli simili ma uno con il manico in legno e l'altro in plastica, probabilmente li useremo nella stessa maniera senza dare importanza alle differenze). Una seconda funzione della categorizzazione è quella di permettere di rilevare analogie e differenze fra oggetti a diversi livelli di astrazione (es. considerando le due proprietà “essere giallo” e “respirare”, in relazione alla prima, “canarino” sarà simile a “banana” ma diverso da “cervo” ma relazionati alla seconda, “canarino” sarà simile a “cervo” e diverso da “banana”). La terza funzione della categorizzazione è quella di permettere di semplificare l'analisi dell'input ambientale. Una categoria di oggetti possiede in genere delle caratteristiche che permettono di analizzare in modo veloce e superficiale, ma sufficiente per l'identificazione, gli esemplari che la costituiscono. • Il modello a struttura gerarchica della Rosch La psicologa Eleanor Rosch ha proposto di analizzare le capacità categoriali umane sulla base di due dimensioni, quella verticale e quella orizzontale. Nella dimensione verticale le categorie si strutturano su base gerarchica in funzione dell'inclusione di classe (es. labrador, cani, animali, esseri viventi). Sono tre le caratteristiche interessanti da un punto di vista psicologico della struttura gerarchica delle categorie: - La natura sempre più astratta delle relazioni fra gli elementi quando si passa dai livelli bassi a quelli alti della gerarchia:a mano a mano che ci si innalza nella struttura le caratteristiche condivise dai membri della categoria tendono a diminuire. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la mente umana utilizzi un meccanismo di bilanciamento fra quantità di informazione rappresentata e quantità di elaborazione chiamato principio di economia cognitiva. Secondo questo principio, le proprietà dei concetti sono rappresentate al livello più alto possibile della gerarchia e vengono recuperate quando necessarie mediante processi logici. - Il diverso “peso” cognitivo dei livelli: all’interno dei livelli gerarchicamente ordinati ve ne è uno che è “privilegiato” dal punto di vista cognitivo, denominato da Rosch livello di base. Il livello di base è quello che fornisce l’”entrata” cognitivamente più economica nella memoria semantica; il livello di base è cognitivamente saliente perché è il livello in cui vengono rappresentati gli attributi più distintivi. Il livello di base è usato spontaneamente dagli adulti nelle loro descrizioni, permette alle persone di elencare facilmente gli attributi condivisi , è associato a tempi di risposta più veloci in compiti in cui bisogna stabilire se una data frase è vera o è falsa, corrisponde al livello più generale rispetto al quale è possibile formarsi un’immagine “concreta” dell’intera categoria, è acquisito per primo dai bambini. - I meccanismi che permettono di mettere in relazione i diversi livelli: è stato proposto il meccanismo della diffusione dell’attivazione. Secondo questo principio, quando un nodo concettuale viene attivato, l’attivazione non riguarda solo tale nodo ma si propaga agli altri nodi in funzione del tempo e della vicinanza. L’attivazione decresce col tempo e influenza in modo diverso i nodi a cui si propaga. • La struttura interna delle categorie nella Rosch e il concetto di prototipo Per quanto riguarda la dimensione orizzontale, ovvero la rappresentazione interna a ciascuno dei livelli che caratterizzano la struttura gerarchica, Rosch identifica due aspetti rilevanti. Il primo fa riferimento alla struttura sfuocata delle categorie. Nella tradizione filosofica Aristotelica un elemento che possiede tutte le caratteristiche della categoria è un membro di tale categoria, se non le possiede non è un membro della categoria (metodo dicotomico). Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sostiene che la condivisione delle stesse proprietà non può essere il criterio per l’appartenenza categoriale; ciò che caratterizza le categorie semantiche è un’appartenenza graduata basata sul possedere in grado diverso caratteristiche comuni anche ad altri membri di quella categoria. Questo fenomeno è chiamato “somiglianza di famiglia”. Nessun esemplare possiede identiche caratteristiche, ma ciascuno ne condivide alcune con gli altri. Pertanto alcuni sono elementi centrali, in quanto condividono molti attributi con gli esemplari della categoria e pochi attributi con esemplari di altre categorie; altri sono invece periferici, in quanto condividono pochi attributi con gli esemplari della categoria e tendono a condividere attributi con esemplari di altre categorie. Alcuni psicologi hanno proposto la nozione di prototipo, che corrisponde a un membro che si caratterizza per possedere il valore “medio” sulla maggior parte delle caratteristiche dei membri della categoria. Il prototipo è il miglior esemplare della categoria e funge da punto di riferimento per gli altri esemplari: quanto più simili saranno al prototipo tali esemplari, tanto più saranno centrali rispetto alla categoria. Possiamo vedere il prototipo come uno “schema”, una struttura per la rappresentazione con variabili che hanno valori situate entro un certo intervallo. I valori delle variabili tenderanno ad essere quelli medi di tutta la categoria. L’ipotesi che le categorie siano insiemi sfuocati presenta però un punto debole. Le persone tendono ad attribuire una struttura sfuocata (gradi diversi di appartenenza), anche a categorie ben definite; come ad esempio nei numeri pari, i numeri 4 e 36 sono pari “allo stesso modo”. APPRENDIMENTO 1. Il condizionamento classico di Pavlov ed i fenomeni ad esso connessi (generalizzazione, estinzione, etc.) Il condizionamento classico è un processo per cui uno stimolo che in precedenza non evocava nessuna risposta arriva a provocare una risposta simile ad un riflesso, dopo essere stato abbinato in una o più prove a uno stimolo diverso che già evocava una risposta (battito di ciglia in presenza di un rumore). L'apprendimento associativo è stato scoperto da Pavlov studiando i processi digestivi del cane. Ne misurava la produzione salivare in risposta a vari tipi di stimolazione gustativa dopo aver deviato il condotto salivare dell'animale, in modo da poterne raccogliere la saliva secreta in ogni condizione sperimentale. La procedura di base consisteva nello scegliere uno stimolo neutro SN (stimolo sonoro o luminoso), e nel presentarlo accoppiato con uno stimolo detto stimolo incondizionato SI che produce la salivazione (carne). La salivazione così indotta viene chiamata risposta incondizionata RI. Pavlov scoprì che l'animale iniziava a salivare nel momento in cui compariva il suono o la luce. Il fenomeno era dovuto allo stabilirsi di un'associazione tra stimolo e risposta di salivazione. Alcuni fenomeni connessi allo studio di Pavlov sono: il rafforzamento: maggiore è la frequenza di accoppiamento tra stimolo condizionato, e risposta incondizionata e maggiore è l'intensità e la regolarità di comparsa delle risposte condizionate. Estinzione: lo stimolo incondizionato viene omesso ripetutamente, allora la risposta condizionata perde di intensità fino a sparire. Generalizzazione: se il cane inizia a salivare al suono del campanello è probabile che inizi a salivare al suono di qualsiasi altro campanello. • Il condizionamento operante e i concetti di rinforzo e punizione una seconda prospettiva allo studio dell'apprendimento in ambito comportamentista è quella basata sul cosiddetto condizionamento operante. Thorndike fu il primo ad occuparsi di condizionamento operante e a proporne un principio esplicativo, la legge dell'effetto. Essa afferma che lo stabilirsi e il rafforzarsi di legami associativi tra stimolo e risposta non deriva semplicemente dalla loro contiguità temporale, ma dagli effetti che seguono la risposta. L'apprendimento avveniva per prove ed errori e per la legge dell'effetto, ossia un comportamento viene appreso e si stabilizza solo se la risposta produce un certo effetto sull'ambiente e sull'individuo. Il principio di base è comunque ancora lo stabilirsi di una connessione tra stimolo e risposta. Il principio chiave per spiegare questo fenomeno è il rinforzo ossia la conseguenza positiva che produce un aumento della frequenza del comportamento in questione. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Nel primo caso si tratta di eventi positivi che vengono aggiunti alla situazione; nel secondo caso si tratta di eventi negativi che vengono eliminati. La punizione è costituita dalla realizzazione di una situazione sgradevole allo scopo di non aumentare ma di diminuire la frequenza di un dato comportamento. • Interpretazione cognitivista del condizionamento classico • Apprendimento per segnali di Tolman Secondo Tolman l'animale apprende perchè si crea una rappresentazione mentale della situazione;sarebbe questa rappresentazione mentale a guidarne poi l'azione.Se facciamo l'esempio di un ratto che corre in un labirinto avremo modo di notare che per imparare a percorrere il labirinto,l'animale deve imparare la mappa del labirinto,ossia averne una rappresentazione spaziale nella mente. In base a questa si può muovere e trovare vie d'uscita alternative nel momento in cui quelle solitamente impegnate risultassero bloccate. Per dimostrare che l'animale apprende una mappa spaziale del percorso e non una serie di comportamenti motori, Tolman ideò delle condizioni sperimentali semplici ma ingegnose. Un ratto viene posto su una piattaforma di legno a forma di croce,e fatto partire da un'estremità indicata come il punto P. In una prima fase riceve cibo nelle altre tre estremità della piattaforma,mentre da un certo momento in poi viene alimentato per un certo numero di volte solo nell'estremità A. Il ratto impara a percorrere il tratto che va da P ad A,dove trova il cibo. Per stabilire la natura dell'apprendimento il ratto veniva posto in una nuova posizione di partenza,ad esempio P1,rispetto al quale il punto A,quello in cui viene alimentato,si trova a sinistra,e non più a destra. Se il ratto ha semplicemente imparato delle risposte motorie,allora dovrebbe muoversi verso destra anche in questo caso. Se invece il ratto ha appreso la mappa e ne utilizza i rapporti spaziali per raggiungere il cibo,allora dovrebbe muoversi verso sinistra,dove effettivamente si trova il cibo. Ebbene,il ratto va direttamente verso il cibo dimostrando che il ratto non ha appreso una serie di movimenti,ma con l'esperienza si è creato una mappa mentale delle relazioni spaziali dell'intero percorso. L'apprendimento per segnali può anche essere considerato come l'apprendimento di una aspettativa,ossia l'apprendimento di una conoscenza. Ad esempio,l'animale impara che il cibo o la ricompensa si trova in un certo luogo, perchè quello è il luogo in cui l'ha sempre trovata,e mostra sorpresa se questa non c'è. La sorpresa è segno della mancata corrispondenza tra ciò che l'animale si attendeva di trovare e ciò che ha effettivamente trovato. 5. Interpretazione cognitivista del condizionamento operante APPRENDIMENTO E MEMORIA NELLE RETI NEURALI • Elementi di base delle reti neurali artificiali Le reti neurali artificiali sono dei sistemi di elaborazione dell'informazione ispirati al funzionamento del cervello, caratterizzati dalla capacità di apprendere e svolgere compiti complessi. Una rete neurale è formata da semplici elementi ispirati ai neuroni biologici, che agiscono in parallelo e che sono collegati fra loro formando una “rete”. Il sistema può essere addestrato a “vedere, sentire e muoversi”. Nel cervello, una rete neurale è formata da un certo numero di neuroni che agiscono e si influenzano a vicenda attraverso le connessioni che li collegano. L'analogia più semplice per il funzionamento del neurone è quella di un rilevatore di fumo. Allo stesso modo, un neurone di un nostro sistema visivo può rilevare se la faccia è vista di fronte o di profilo. In ogni caso, il neurone segnala ciò che ha rilevato attraverso la sua frequenza di scarica. I neuroni possono ricevere segnali da altri neuroni, formando quindi strati di rilevatori più complessi. • L’architettura delle reti neurali L'architettura della rete è uno schema di connettività che identifica l'eventuale presenza di gruppi di neuroni diversi e il modo in cui i neuroni sono connessi fra loro. All'interno della rete è di solito possibile distinguere tre gruppi di neuroni diversi organizzati in strati. Le unità che ricevono l'input direttamente dall'ambiente formano lo strato di input,le unità che producono l'output finale della rete formano lo strato di output. Infine tutti i neuroni che non sono a contatto con l'ambiente sono chiamati unità nascoste e possono essere organizzate in più strati. Il numero di unità presenti in ogni strato dipende dalla natura del compito che la rete dovrà apprendere. • Modelli di apprendimento nelle reti neurali o algoritmi di apprendimento La ricerca sulle reti neurali artificiali ha prodotto negli ultimi cento anni un numero notevole di algoritmi di apprendimento. In generale, dato un sistema che riceve una serie di input sensoriali, possiamo distinguere tre tipi diversi di apprendimento: - apprendimento supervisionato: lo scopo di un sistema sottoposto a questa forma di apprendimento è imparare a produrre una risposta corretta (output) ogni volta che si presenta un nuovo stimolo (input) adeguato. - apprendimento per auto-organizzazione: il sistema non ha alcun compito da eseguire. Lo scopo dell'apprendimento è costruire rappresentazioni dell'input più complesse e informative, che possono essere successivamente usate per il ragionamento, la decisione e la comunicazione. - apprendimento per rinforzo: il sistema può anche produrre azioni che hanno un effetto sul mondo, e riceve rinforzi (o punizioni). Lo scopo dell'apprendimento è imparare ad agire in un modo che massimizza il rinforzo nel lungo termine. A differenza dell'apprendimento supervisionato, non viene fornito l'output desiderato ma solo un'informazione sulla bontà dell'output prodotto. EMOZIONI • Cosa sono le emozioni. La dicotomia emozione-ragione Le emozioni sono fenomeni importanti per gli esseri umani, infatti ogni azione che svolgiamo comporta un’emozione. Gli individui, molto spesso, nei loro discorsi sono soliti esplicare episodi emozionali, sia che riguardino se stessi, conoscenti o personaggi fittizi, come quelli dei telefilm. Tutte le emozioni provengono sempre da un oggetto, chiamato antecedente emotigeno, che le suscita. Gli oggetti possono essere diversi, come una frase detta da qualcuno, un ricordo, un sogno, la morte di qualcuno ecc. A differenza delle emozioni, l’umore scaturisce da un dato evento ma persiste nel tempo anche se non ha più tale evento come oggetto. L’esperienza emotiva è un processo diviso in più fasi e che finisce nel tempo. le componenti dell’esperienza emotiva sono la localizzazione dell’evento nel tempo, ovvero se si tratta di un’emozione passata o futura, e la desiderabilità soggettiva dell’evento. Solitamente un individuo valuta l’evento a seconda delle risposte fisiologiche, espressive o comportamentali. Inoltre un individuo può decidere se mettere in atto una regolazione, ad esempio può scegliere di reprimere un’emozione. Le emozioni posso essere definite razionali a causa del riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, della regolazione delle emozioni, dell’empatia ecc. Infatti si può parlare di intelligenza emotiva, la quale ci aiuta a reagire in modo ideale nelle situazioni in cui sono implicate le emozioni. Le emozioni, inoltre, scaturiscono dai rapporti sociali e dalla relazione sociale con l’ambiente, infatti possono essere definite interpersonali. Precedentemente si credeva che le emozioni scaturissero dalla psiche di un individuo e dalla propria interiorità, poiché vi erano eventi come il dispiacersi per assassini oppure piangere per essere confortati che scaturivano, appunto, dalla propria interiorità. In realtà sia i rapporti interpersonali che quelli intrapsichici influenzano le emozioni. A volte, però, le emozioni possono rappresentare un limite poiché, ad esempio, se siamo in ansia per un esame, probabilmente, non riusciremo a dare il nostro meglio nello svolgimento. Si parla in questo caso di dicotomia emozione-ragione. Infine, le emozioni hanno diversa interpretazione a seconda dell’ambito in cui vengono analizzate, se ad esempio siamo nel settore psicologico, biologico, prendendo in considerazione i cambiamenti ormonali, o sociologico, prendendo in considerazione il clima sociale che caratterizza una società in un certo periodo. • Eventi emotigeni antecedenti Dietro ad ogni emozione c'è qualcosa che l'individuo ha a cuore, un interesse, un motivo, uno scopo, un valore. Il beneficio o il danno di tale interesse rendono un evento emotivamente rilevante. Gli interessi individuali costituiscono perciò predisposizioni emotive. Ciò implica che le emozioni sono fortemente ancorate alle credenze e alle conoscenze dell'individuo e dunque alla sua storia personale. L'individuo si rapporta non tanto ad un mondo (evento) oggettivo, quanto alla sua percezione, interpretazione di esso. • Multidimensionalità della valutazione degli eventi La variabilità delle esperienze emotive è anche dovuta al fatto che la valutazione di un evento è un processo complesso, multidimensionale. Può avere infatti più fattori che lo determinano, come ad esempio la valenza (l'evento è piacevole o spiacevole'), la salienza (l'evento è funzionale agli scopi dell'individuo'), la novità (l'evento è familiare all'individuo') il controllo (la situazione è sotto il controllo dell'individuo'), la certezza (quanto è probabile che l'evento abbia esito'), la fonte causale (chi ha causato l'evento') e l'intenzionalità (l'evento è stato causato intenzionalmente'). • Il lessico emozionale il lessico emozionale codifica vari aspetti dell'esperienza emotiva, in particolare l'intensità e la valenza, dimensioni che ben differenziano sia i termini sia le emozioni in se. Tuttavia questo processo di codifica è disomogeneo in quanto i singoli termini non codificano solitamente tutte le componenti. Per il ricercatore così come per l'individuo qualunque, il lessico costituisce quindi contemporaneamente una risorsa, che può aiutarci a mettere a fuoco diversi aspetti dell'esperienza emotiva, e un vincolo, dato che ci obbliga a scegliere che cosa mettere a fuoco se vogliamo parlare di un'esperienza. • Il processo emotivo Il processo emotivo avviene attraverso una struttura ben definita: valutazione dell’evento, tendenza all’azione, risposte fisiologiche (cambiamento frequenza cardiaca) ed espressive (riso, pianto ecc.) e comportamenti scaturiti dai precedenti passaggi (immobilizzarsi, scappare, aggredire ecc.). La durata delle emozioni può avere un inizio ed una fine, ma in altri casi la durata delle emozioni può non essere definibile. Le emozioni possono scaturire anche mentre si svolgono altre azioni, sia in modo consapevole che in modo inconsapevole. Per la valutazione delle emozioni, infine, è necessario l’efficiente funzionamento dei processi cognitivi ad esse collegati e il buon funzionamento dell’organismo, infatti se le risorse energetiche non sono efficienti la sensibilità emotiva diminuisce. MOTIVAZIONE • La definizione di Motivazione e le principali teorie La motivazione è ciò che porta l’individuo a compiere una determina azione, ovvero a compiere una scelta. Essa è presente in modo diverso in ogni individuo, poiché ogni persona ha un proprio obiettivo da perseguire. Dunque la motivazione è un fattore che spiega i motivi dei comportamenti degli individui. La motivazione di un individuo dipende sia da fattori interni, come i bisogni, che esterni all’individuo, come gli obiettivi e le circostanze sociali. Una tassonomia distingue due tipi di motivazioni: estrinseche, come i premi e gli incentivi, e intrinseche, come la curiosità o il successo. Vi è una motivazione estrinseca quando si persegue un’azione per fattori esterni, mentre vi è una motivazione intrinseca quando si affronta un compito per sé stessi. La motivazione umana non è solo estrinseca o intrinseca, bensì scaturisce da un agglomerato di entrambe. Infatti la motivazione è un fattore molto complesso. • La teoria dei bisogni di Maslow Secondo Maslow la motivazione è la manifestazione dell’insoddisfazione di alcuni bisogni primari. Maslow creò una piramide alla cui base vi sono i bisogni che hanno la precedenza sugli altri, che si trovano in posizioni più elevate, che vengono soddisfatti solo quando vengono appagati quelli alla base. Alla base della piramide abbiamo i bisogni fisiologici (la fame e la sete), poi i bisogni di sicurezza, i bisogni di appartenenza, i bisogni di stima e i bisogni di autorealizzazione (come i comportamenti altruistici). Dunque gli individui tendono ad appagare prima i bisogni fisiologici e poi tutti gli altri in ordine. Però tale teoria è troppo rigida, infatti non è detto che gli individui seguano una scala gerarchica così rigida. Inoltre se siamo molto impegnati in attività che ci interessano, il tempo passa senza che ce ne rendiamo conto e non percepiamo stanchezza e fame. • La motivazione alla riuscita La motivazione alla riuscita rappresenta la necessità di eccellere nei compiti senza fallimenti. Essa scaturisce dalla necessità di avere un’immagine positiva di sé, ovvero dall’autostima, e dal voler compiere le azioni da soli, ovvero dall’orgoglio. Secondo Atkinson la motivazione alla riuscita scaturisce da due fattori opposti: ottenere il successo ed evitare il fallimento. Per questo motivo creò il modello delle scelte a rischio secondo cui le persone scelgono di affrontare o meno un compito a seconda della propria motivazione, ovvero se desiderano il successo o hanno paura del fallimento. Atkinson, per dimostrare la sua teoria, fece un esperimento con cui vari individui venivano chiamati a lanciare degli anelli in un piolo. Alcune persone, per paura di fallire, erano molto vicine al bersaglio o a distanze eccessive, per avere un alibi per il fallimento, mentre altre sceglievano distanze impegnative ma non impossibili. La tendenza ad ottenere il successo e ad evitare il fallimento divide gli individui in quattro categorie: sovramotivati, ovvero coloro che hanno un’alta tendenza a cercare di ottenere il successo e ad evitare il fallimento; orientati al successo, che hanno un’alta tendenza al successo e una bassa tendenza ad evitare il fallimento; orientati ad evitare il fallimento, che hanno una bassa tendenza al successo e un’alta tendenza a evitare il fallimento; orientati al fallimento, con bassa tendenza al successo e ad evitare il fallimento. La motivazione di competenza nel bambino avviene quando egli vuole fare da sé anche se non conosce bene le cose che lo circondano. Se un bambino, inizialmente, viene incoraggiato dagli adulti, tenderà, poi, a svolgere al meglio altre azioni senza il bisogno di approvazioni esterne. Mentre se il bambino viene scoraggiato dagli adulti, sempre nei suoi primi mesi di vita, egli avrà sempre un costante bisogno dell’approvazione esterna. Gli individui sono più motivati a svolgere azioni che hanno scelto di compiere piuttosto che a fare azioni che gli vengono imposte. Decidendo da soli, quindi con l’autodeterminazione, gli individui soddisfano tre bisogni: competenza, poiché sentono di avere il controllo sull’azione, autonomia, poiché possono scegliere l’attività da svolgere, e relazione, ovvero il bisogno di relazioni sociali. L’autodeterminazione, perciò, è il poter compiere decisioni autonome e il sentirsi competenti e apprezzati socialmente. • La teoria attributiva Le cause del successo e del fallimento sono diverse e possono essere distinte in cause interne, riguardanti la propria persona (abilità personali e impegno), e cause esterne, riguardanti gli altri o la situazione. Un successo attribuito a cause interne è molto più gratificante di quello attribuito a fattori esterni, mentre un fallimento dovuto a cause interne è molto più insoddisfacente di uno causato da fattori esterni. Anche l’attribuzione delle cause agli eventi dipende dal soggetto a cui sono assegnate. Solitamente, infatti, gli individui tendono ad attribuire cause interne ai propri successi e cause esterne a quelli altrui, mentre tendono ad assegnare cause esterne ai propri fallimenti e cause interne a quelli altrui. Tale fenomeno è chiamato errore edonico di attribuzione, che scaturisce al bisogno di salvaguardare la propria immagine. Inoltre cause come l’impegno e l’aiuto richiesto sono più controllabili rispetto alla fortuna e le abilità personali, mentre l’abilità personale è più stabile nel tempo della fortuna e dell’impegno. Dunque l’attribuzione dei successi o degli insuccessi dipende anche dalla stabilità nel tempo e dalla controllabilità. La teoria attributiva, dunque, scaturisce dai processi cognitivi messi in atto con l’analisi dei possibili successi o fallimenti. Da quest’analisi, poi, scaturiscono le emozioni, ad esempio, se un successo deriva dal proprio impegno si proverà orgoglio, mentre se deriva dall’aiuto altrui allora non vi sarà soddisfazione. • Motivazione e autostima L’autostima deriva da sentimenti che si provano verso di sé e dai valori che si danno a ciò che ci circonda. Se ad esempio una persona crede in valori come la carità e l’impegno nello studio, ma crede di non perseguirli, avrà una bassa autostima. L’autostima, dunque, può essere definita da un rapporto tra il sé reale e il sé ideale di una persona. Solitamente chi possiede un’elevata autostima è più motivato ed ha approcci più positivi, mentre chi ha una bassa autostima è più incerto e tende a creare strategie di autosabotaggio, che vengono utilizzare per giustificare i fallimenti. RAGIONAMENTO • La logica mentale e i modelli mentali Fino a pochi decenni fa, la maggioranza degli psicologi del pensiero partiva dal presupposto che il ragionamento comune fosse basato sull'applicazione di regole logiche. Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo si compie nell'adolescenza con l'acquisizione delle operazioni formali, cioè delle regole formali della logica classica. Questa posizione, che possiamo definire teoria della logica mentale è attualmente difesa da pochi psicologi, dato che non riesce a spiegare adeguatamente alcuni fenomeni scoperti studiando il ragionamento delle persone non esperte in logica. Secondo la teoria dei modelli mentali proposta dallo psicologo Philip Johnson-Laird, il ragionamento comune non dipende dall'applicazione di regole formali, ma dalla costruzione e manipolazione delle rappresentazioni mentali delle possibilità descritte dalle premesse. • Gli effetti di contenuto nel ragionamento Le regole logiche sono formali, cioè la loro applicazione non dipende dal contenuto delle premesse o dal contesto in cui queste sono situate. La scoperta che il contenuto delle premesse determina i processi di ragionamento è difficile da spiegare seguendo la teoria della logica mentale. Alcune teorie del ragionamento alternative a quest'ultima ne hanno proposto delle interpretazioni. Una corrente teorica attualmente molto diffusa, la cosiddetta “psicologia evoluzionista”, cerca di spiegare in una prospettiva evoluzionista gli aspetti centrali delle attività cognitive umane, in particolare le attività che sembrano proprie della specie umana, come il linguaggio e il pensiero astratto. • Il ragionamento probabilistico e le euristiche di giudizio Secondo la teoria che tuttora domina parte delle scienze economiche, cioè la teoria dell'azione razione, l'attore razionale prende decisioni scegliendo le alternative che hanno la maggiore probabilità di produrre i migliori benefici. Una componente essenziale della decisione razionale, quindi è la capacità di valutare correttamente la probabilità di accadimento di eventi incerti. A Kahneman e Tversky, va il merito di avere dimostrato che la teoria della scelta razionale, sia pur accettabile come norma relativa ad un attore ideale, non descrive le scelte degli individui reali. Le ricerche da loro condotte hanno dimostrato, che le persone non prendono sempre decisioni razionali e non valutano sempre correttamente le probabilità degli eventi relativi alle scelte che devono compiere. Ci sono due tipi di euristiche. La prima è quella della disponibilità, ossia l'euristica che porta a stimare la frequenza di una classe di eventi sulla base della facilità con cui vengono alla mente gli esemplari della stessa. Tanto più numerosi saranno gli esempi ricordati o costruiti, tanto più grande sarà giudicata la categoria cui tali esempi appartengono. La seconda è quella della rappresentatività, ossia quella che stima la probabilità di un evento sulla base della sua rappresentatività. Significa basarsi sul grado di tipicità rispetto alla categoria cui appartiene. • Il ragionamento estensionale La mente umana è veramente incapace di valutare le probabilità di eventi singoli' Secondo un'ipotesi derivata dalla teoria dei modelli mentali, le persone non esperte traggono inferenze probabilistiche come traggono quelle deduttive, cioè in modo estensionale. In altre parole, ragionano non applicando regole ma sulla base di rappresentazioni mentali di possibilità. In alcuni casi è impossibile valutare le probabilità in modo estensionale perchè le possibilità da enumerare sono troppe. In altri casi, invece, è possibile farlo sulla base di valori numerici associati alle possibilità fornite dal problema. S gangemi  
Domande per il volume FONDAMENTI DI PSICOLOGIA GENERALE LA PSICOLOGIA COGNITIVA (vedi slide on line) • Cosa studia la psicologia Cognitiva La Psicologia Cognitiva è un ramo della Psicologia e studia le funzioni più complesse della mente umana: i giudizi, le decisioni, soluzioni di problemi, come i pensieri vengono rappresentati nella nostra mente, codificati, immagazzinati e recuperati. • Quale definizione di mente, e cosa sono gli scopi e le credenze' Con il termine mente facciamo riferimento alle funzioni superiori del cervello e in modo particolare a quelle di cui si può averne coscienza. La mente può essere suddivisa in due classi di elementi: credenze e scopi. Le prime rappresentano ciò che l'individuo crede circa il mondo circostante, sono la visione di ciò che è. Gli scopi invece sono la speranza di ciò che sarà e si manifestano tramite le azioni, le quali rappresentano le interazioni tra credenze e scopi. METODI • Gli scopi della ricerca scientifica Gli scopi della ricerca scientifica sono due: la scoperta di regolarità, che comprende la descrizione del comportamento e la scoperta di relazioni regolari tra i vari aspetti del comportamento. La descrizione dei fenomeni studiati è il primo passo di ogni scienza. Ciò richiede la definizione degli eventi e delle entità coinvolte dette variabili. Può capitare di osservare che fra i vari aspetti del comportamento si manifestino delle regolarità che formano le leggi del comportamento; il secondo scopo è lo sviluppo di teorie. Una teoria è un insieme di asserzioni che collega tra loro varie leggi. Le teorie servono per organizzare le conoscenze in modo sistematico e a spiegare le leggi. Le teorie guidano la ricerca scientifica. Infatti un ricercatore inizia un esperimento sulla base di un'ipotesi: senza questa non si fa ricerca. • Gli studi sperimentali: variabili dipendenti e indipendenti Gli studi sperimentali avvengono attraverso degli esperimenti. Un esperimento è la variazione tra due o più variabili. In psicologia le variabili solitamente sono la misura di un comportamento osservato. Possiamo avere delle variabili dipendenti perchè dipendono dal valore di altre variabili dette indipendenti. Supponiamo di voler stabilire se i maschi hanno capacità matematiche superiori alle femmine. Somministriamo quindi un test a due gruppi formati rispettivamente da 50 maschi e 50 femmine. Ad ogni partecipante sarà richiesto di risolvere il maggior numero di operazioni in un tempo massimo di 10 minuti. La variabile dipendente sarà l'accuratezza, quella indipendente il sesso (maschio o femmina). Come possiamo stabilire se la variabile indipendente ha avuto effetto su quella dipendente' Dobbiamo usare metodi statistici. Considerando i punteggi al test dei soggetti possiamo osservare la presenza di due fonti di variazione: a) la variazione tra un gruppo e l'altro indotta dalla variabile indipendente; b) la variazione entro ciascun gruppo, dovuta alle differenze (casuali) tra i soggetti. • Gli studi correlazionali Oltre agli studi sperimentali, esistono quelli correlazionali, che hanno lo scopo di scoprire se esistono delle relazioni tra due o più variabili oggetto di studio. Se viene trovata una relazione tra due variabili si dice che le due variabili sono correlate. Supponiamo di voler scoprire se c'è una relazione tra stima di se e successo negli studi universitari. Sottoponiamo un questionario ad un campione di studenti. Vedremo così se vi è una correlazione tra punteggio di autostima e media dei voti. Se troveremo una relazione allora le due variabili saranno correlate. Se all'aumentare dell'autostima aumenta anche la media dei voti la correlazione sarà positiva (voti alti tendono ad essere accoppiati ad alti livelli di autostima, al contrario voti bassi corrispondono ad un basso livello di autostima). • La neuropsicologia la neuropsicologia è la disciplina che studia le basi neurali delle funzioni mentali. Una delle prime proposte sulla localizzazione cerebrale delle facoltà mentali risale al lacoro di Gall, il quale identificò 37 facoltà mentali e morali. La sua teoria non aveva però fondamento scientifico. Il metodo neuropsicologico classico nasce dallo studio di disturbi del linguaggio prodotti da una lesione cerebrale. Broca e Wernike tentarono di stabilire una connessione fra lesioni cerebrali e disturbi afasici. Intorno agli anni 70 del secolo scorso nasce una nuova corrente denominata neuropsicologia cognitiva. Il suo interesse non era quello di stabilire quale area del cervello fosse coinvolta in una funzione cognitiva ma studiare il comportamento di pazienti con disturbi neuropsicologici per capire meglio il funzionamento dei processi mentali normali. Lo strumento di indagine principale è quello della dissociazione ossia l'osservazione che un paziente mostra un danno selettivo ad una particolare componente del sistema cognitivo. • I metodi cronometrici (tempi di reazione, Effetto Stroop etc.) la cronometria mentale nasce con gli studi del fisiologo olandese Donders che per primo ipotizza la possibiltà di misurare la durata di esecuzione delle operazioni mentali attraverso la misura dei tempi di reazione. Donders mette in pratica il seguente esperimento: viene chiesto all'esaminato di premere un tasto il più rapidamente possibile ogni volta che su uno schermo del computer comparirà un pallino luminoso. Il tempo di reazione è il tempo che intercorre tra la comparsa dello stimolo e la pressione del tasto, cioè la latenza di risposta. L'esperimento di Stroop invece prevede che i partecipanti vedano dei nomi di colori scritti con un inchiostro colorato e devono denominare il colore dell'inchiostro ignorando la parola scritta. Il significato della parola sarà incongruente nel momento in cui bisognerà dire “rosso” in risposta allo stimolo verde, ma sarà congruente se lo stimolo è rosso. Infine se lo stimolo è xxxx avremo una situazione neutra. Questo esperimento dimostra quindi che l'incongruenza fra il colore dell'inchiostro e il significato della parola ci rende più lenti e meno accurati nelle risposte. Ciò dimostra che non siamo in grado di ignorare una parola scritta anche se cerchiamo di farlo con tutte le nostre forze poiché accedere al significato delle parole scritte è un processo automatico. PERCEZIONE • Il concetto di soglia assoluta il concetto di soglia assoluta nasce in relazione alla domanda: le nostre sensazioni sono misurabili' La soglia assoluta rappresenta la grandezza minima degli stimoli, poiché al di sopra di essa li percepiamo, al di sotto no. Gli organi sensoriali identificano stimoli fisici e trasmettono al cervello segnali bioelettrici che possono far scaturire le sensazioni, che saranno presenti solo se lo stimolo fisico avrà una certa grandezza fisica, ovvero una soglia assoluta, cioè una quantità minima. Usiamo la parola soglia per indicare il confine tra ciò che riusciamo e ciò che non riusciamo a cogliere con i nostri organi di senso. Alcuni esempi di stimoli di soglia assoluta sono: per il sistema visivo, una luce di una candela in una notte limpida a 50km di distanza; per il sistema uditivo, il ticchettio di un orologio a 6 metri di distanza in condizioni di assoluto silenzio; per il sistema tattile l'ala di una mosca che cade sulla nostra guancia ad una distanza di 1 cm. CONTINUA CORREZIONE • La legge di Weber e la legge di Fechner La legge di Weber afferma che più grande è lo stimolo, maggiore è l’incremento che bisogna apportare affinché un individuo rilevi il cambiamento. Se doniamo 50 euro ad una persona povera penserà di essere ricca, al contrario di un milionario. Tale legge, inoltre, è valida solo se l’intensità non sia più bassa della soglia assoluta. Secondo la legge di Fechner il cambiamento d’intensità di una sensazione viene percepito solo in relazione alla variazione della grandezza dello stimolo, perché se ci troviamo in una stanza buia e accendiamo una candela, noteremo un elevato cambiamento d’intensità mentre noteremo poca differenza se, dopo la seconda, ne accendiamo una terza. • Il metodo dei limiti Il metodo dei limiti è uno dei metodi psicofisici e serve per misurare le soglie. Questo prevede che lo sperimentatore presenti all'osservatore uno stimolo tanto debole da non potere essere rilevato e che ne aumenti gradualmente l'intensità. In corrispondenza di un certo valore di intensità l'osservatore segnalerà la presenza dello stimolo e la media fra questo valore e il valore immediatamente precedente sarà la misura della soglia. Lo sperimentatore interromperà a questo punto la presentazione dello stimilo assumendo che gli stimoli di intensità maggiore saranno tutti rilevati. • La soglia differenziale la differenza minima di intensità tra due stimoli che permette di rilevare che tali stimoli sono diversi è chiamata soglia differenziale, ed è anche nota come differenza appena percepibile. La soglia differenziale è la minima quantità di cambiamento nell'intensità di uno stimolo (chiamato stimolo standard Ss) necessaria affinchè tale stimolo venga percepito come diverso da uno di confronto (Sc). La differenza fra due intensità (Sc-Ss) che determina la soglia differenziale si indica Δ I (delta indica la differenza e I l'intensità). • Il sistema dei coni e bastoncelli e la relazione fra sensibilità e acuità I coni e i bastoncelli sono due fotorecettori, fanno quindi parte del sistema visivo. I coni si concentrano nella zona centrale della retina (la fovea) e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta. I bastoncelli, invece, sono più sensibili al movimento, sono impiegati per la visione al buio e si concentrano nella zona periferica della retina. Presentano una diversa sensibilità alla luce. La differenza di sensibilità è dovuta alla presenza dei bastoncelli nella periferia del campo visivo che si raggruppano e, attraverso le cellule gangliari, che percepiscono tutti i segnali insieme senza distinguerli, fanno giungere gli stimoli in modo unitario nei centri superiori del sistema visivo. Mentre i recettori nella regione centrale della retina, i coni, non si raggruppano e, dopo essere stati trasmessi e codificati, uno ad uno, dalle varie cellule gangliari, i diversi stimoli saranno percepiti come distinti. • Il fenomeno della costanza percettiva di bianchezza Il sistema visivo è capace di adattarsi ai livelli di luminosità ambientali. Tramite la costanza percettiva di bianchezza sappiamo che il sistema visivo, adattandosi ai vari livelli di luminosità ambientali, non percepisce differenze luminose sostanziali con la variazione della luminosità ambientale. Se siamo in un ambiente molto luminoso e ci addentriamo in uno con scarsa luminosità, avremo un aumento della sensibilità assoluta dei bastoncelli alla periferia, mentre se siamo in un ambiente poco luminoso ed entriamo in uno molto luminoso, avremo una diminuzione della sensibilità dei coni nella visione centrale. • La codificazione sensoriale del colore la percezione del colore è determinata dall'attivazione relativa dei coni “blu, verde e rosso” che sono tutti e tre attivi in ogni punto della retina. Tuttavia poiché ciascun cono corrisponde ad una vasta gamma di lunghezze d'onda non basta la risposta dei fotorecettori a darci la visione del colore. La capacità di discriminare vari colori dipende dalla risposta dei neuroni presenti a tutti i livelli delle vie visive comprese le cellule gangliari della retina. L'organizzazione concentrica del campo recettivo di queste cellule fa si che ciascuna di esse sia eccitata da certe lunghezze d'onda e inibita da altre e ciò ci permette di vedere le differenze di colore. PROCESSI PERCETTIVI DI BASE • L’informazione ottica L'informazione ottica determina la visione degli oggetti. Non è l'energia luminosa a determinare la visione. Infatti, ad esempio, la nebbia distrugge l’informazione ottica ma non la luce, quindi non ci permette di vedere gli oggetti e ci costringe a muoverci alla cieca. • I processi di codificazione e organizzazione L'informazione è un concetto relazionale non è indipendente dall'osservatore. Non tutti gli osservatori sono uguali: dobbiamo distinguere l'osservatore ideale da quello reale. Il primo utilizza tutte le informazioni disponibili, il secondo ne utilizza solo una parte. • Lo spazio visivo Lo spazio percepito è strutturato intorno a due assi, verticale e orizzontale, che fungono da riferimenti cardinali. La stessa forma, che normalmente chiamiamo quadrato, quando viene ruotata di 45 gradi assume uno strano aspetto. Si tratta della stessa forma geometrica ma non della stessa forma percepita. La percezione è una rappresentazione dotata di struttura, che non corrisponde alla codificazione di tutti gli aspetti di una determinata configurazione, indipendentemente dal contesto spaziale in cui essa è inserita. • Articolazione figura/sfondo, e i fattori ad essa sottesi gli spazi vuoti tra gli oggetti non vengono notati. Vediamo gli oggetti come entità dotate di forma, mentre gli spazi intermedi ne sono privi, salvo nel momento in cui riusciamo a portare la nostra attenzione sui vuoti e a vederli come figure. Questa inversione di ruolo si verifica facilmente con il profilo del cielo modellato dalle colline. Il fatto che le inversioni figura/sfondo siano osservabili in natura è importante. Indica che le dimostrazioni in contesti controllati, in cui sono utilizzate figure stampate su carta o generate sul monitor di un PC, sono le semplificazioni dei fenomeni percettivi osservabili in contesti naturali, non delle curiosità eterogenee. L'inclusione è un potente fattore di figura/sfondo: a parità di altre condizioni, tende a diventare figura la regione inclusa. • Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva corrisponde alla funzione unilaterale del contorno di una figura poiché delinea solo la figura e ne definisce la forma, mentre senza di esso lo sfondo sarebbe informe. Gli individui, inoltre, tendono a rappresentare un’immagine semplice e attraverso il principio di minimo, sappiamo che avviene un risparmio sui costi di rappresentazione degli oggetti. • I fattori responsabili dell’organizzazione di elementi discreti in unità percettive • La teoria della gestalt e la teoria Helmotziana della percezione Secondo la teoria della Gestal il principio di minimo, ovvero la tendenza verso la rappresentazione più semplice, è una proprietà intrinseca del sistema visivo e non dipende dalle esperienze dell’osservatore. Helmholtz, invece, sosteneva che la percezione sia il frutto di giudizi inconsci e che l’osservatore abbia determinate percezioni solo dopo aver valutato se sia possibile o meno che una determinata immagine sia effettivamente presente nel mondo esterno. RICONOSCIMENTO DI OGGETTI • Riconoscimento e categorizzazione di oggetti Riconoscere un oggetto significa categorizzarlo. Categorizzare implica lo stabilirsi di una funzione univoca tra elementi che sono diversi in un determinato piano di analisi e un elemento che è condiviso in un piano di analisi distinguibile dal precedente. Il sistema delle categorie ha una struttura gerarchica. Per il primo livello di solito si parla di Categorie di base. Di norma la categoria di base coincide con il nome attribuito a un determinato esemplare, mentre per il secondo si parla di Categorie subordinate e sovraordinate. Il livello in cui si situa spontaneamente il riconoscimento ha il nome di Categoria d’entrata, livello di base al quale si situa spontaneamente il riconoscimento. È ragionevole ipotizzare che il livello di accesso nella fase di riconoscimento dipenda dal grado di familiarità con gli oggetti cui siamo esposti. Fra le informazioni connesse ai singoli livelli vi possono anche essere rappresentazioni sull’uso che di un oggetto possiamo fare. Pertanto riconoscere un oggetto rappresenta anche un mezzo per associare l’oggetto con le rappresentazioni che descrivono i suoi utilizzi. • Modelli di riconoscimento di templates I modelli di riconoscimento dei templates sono quello di Marr e quello di Biedermann. Il modello di Marr: definisce il concetto di rappresentazione mentale. La costruzione di una descrizione strutturale di un oggetto, o meglio di una forma, passa attraverso l’individuazione degli assi di simmetria o di elongazione. La ricostruzione di una descrizione strutturale avviene in tre fasi: La prima è l’abbozzo primario (Rappresentazione a due dimensioni dei contorni ai diversi livelli di dettaglio); La seconda è l’abbozzo a due dimensioni e mezza (Integrazione dei contorni e delle superfici dell’oggetto con le informazioni fornite dalla stereopsi, dal movimento e dalle ombre, che sono di tipo tridimensionale); La terza è il modello tridimensionale (Descrizione completa della struttura tridimensionale dell’oggetto, quindi che specifica le parti di un oggetto e la relazione tra le parti, secondo un sistema di coordinate). Il modello di Biedermann: Qualsiasi oggetto può essere rappresentato da una descrizione in termini di volumi primitivi detti geoni. Attraverso essi (36 circa quelli proposti da Biederman) siamo capaci di descrivere quasi tutti gli oggetti che vediamo. • Il concetto di rotazione mentale ed i principali esperimenti La rotazione mentale è un insieme di meccanismi che che permettono di ricostruire la rappresentazione intermedia fra due punti di vista. La prova empirica della rotazione mentale fu effettuata da Shepard e Metzler. Gli sperimentatori hanno chiesto ai soggetti se le coppie di figure tridimensionali disegnate al computer erano due figure diverse o rappresentavano la stessa figura. Quanto più aumenta la rotazione di un oggetto per vedere se corrisponde all’altro, tanto più aumenta il tempo di risposta dei soggetti. • Il riconoscimento dei volti Esistono meccanismi innati specializzati nel riconoscimento dei volti. I volti sono degli oggetti che hanno un funzionamento particolare nell’ambito del loro riconoscimento rispetto ad altri oggetti. I volti sono una classe speciale di oggetti. Dentro la descrizione di un volto noi possiamo individuare diverse persone. Vi sono inoltre alcuni dati a favore di questa teoria: il primo rivela che esistono pazienti neurologici con un deficit specifico nella capacità di riconoscere e discriminare i volti; il secondo dice che che nei bambini, già dopo pochi giorni di vita, si rileva la capacità di distinguere disegni in cui sono contenuti dei volti; il terzo infine dice che il modo in cui noi percepiamo un volto non è indipendente dalla prospettiva in cui lo vediamo. • Il riconoscimento di oggetti nuovi e concetto di affordance Gli oggetti nuovi presuppongono una forma di riconoscimento che non comporti l’accesso a conoscenze già presenti in memoria. Gibson pensò che nell’ambiente siano presenti tutte le informazioni che ci servono per riconoscere un oggetto, quindi ad esempio quelle che specificano quali azioni possano essere svolte su quell’oggetto e ha assegnato il nome di “affordances” a tali informazioni (questo termine è un neologismo e in inglese equivale a “la disponibilità a subire una certa azione”) à Queste informazioni possono essere raccolte direttamente senza bisogno di attingere a rappresentazioni interne. ATTENZIONE E COSCIENZA • Cosa è l’attenzione L’attenzione è il fenomeno tramite il quale la nostra concentrazione si indirizza su un determinato oggetto o evento. Essa ci permette di ascoltare con attenzione un discorso o di effettuare determinate attività, come guidare ad esempio. L’attenzione, dunque, altro non è che il processo tramite cui vengono selezionate le informazioni che provengono dall’esterno, mentre altre vengono discriminate. Gli esseri umani necessitano del processo dell’attenzione poiché sono circondati da troppe informazioni e, data la nostra limitatezza biologica, non sono in grado di recepirle tutte. Infatti un individuo non riesce a seguire contemporaneamente il discorso di due persone a causa della propria limitatezza cognitiva. Lo studio dell’attenzione avviene tramite tecniche tradizionali, come la misura dei tempi di reazione e dell’accuratezza delle risposte, e cerca di analizzare i processi cognitivi messi in atto dagli individui. • L’attenzione spaziale e suoi principali paradigmi Lo spostamento dell’attenzione fu studiato attraverso il paradigma del suggerimento spaziale, anche chiamato paradigma di Posner. Con tale esperimento veniva chiesto agli individui di focalizzare l’attenzione su una croce, la quale si trovava nel mezzo di due quadrati, nei quali apparivano gli stimoli, e di indicare il punto in cui era apparso lo stimolo, dopo che gli era stato fornito un suggerimento attraverso una freccia che appariva sulla croce stessa. In alcune prove lo stimolo appariva nel quadrato suggerito, mentre in altre nell’altro. Il tempo di reazione era maggiore se lo stimolo appariva nel quadrato di sinistra, ad esempio, e l’attenzione era su quello di destra, mentre era nettamente minore se lo stimolo appariva nel quadrato di destra e l’attenzione era proprio su quel quadrato. Ciò sta a significare che l’elaborazione dell’informazione è minore se l’individuo focalizza la sua attenzione preventivamente in un punto. • L’attenzione basata sugli oggetti Vi è un’altra teoria secondo cui l'attenzione è basata sugli oggetti. Attraverso un esperimento, in cui venivano presi due oggetti sovrapposti, che occupavano, quindi, la stessa posizione spaziale, veniva richiesto agli individui di indicare le caratteristiche degli oggetti (se avevano linee tratteggiate o se erano inclinati). In un esperimento veniva preso in considerazione un solo oggetto, mentre in un altro due oggetti diversi. I risultati dimostrarono che gli individui riuscivano ad esporre con più dettagli le caratteristiche di un singolo oggetto, mentre l’analisi era meno specifica quando si trattava di due oggetti diversi. Ciò significa che l’individuo spostava l’attenzione da un oggetto all’altro e, quindi, la rappresentazione delle caratteristiche di due oggetti gli risultava più difficile. L’attenzione, inoltre, può essere focalizzata anche su oggetti distanti tra loro ma simili. • L’attentional blink e la cecità al cambiamento L’attentional blink (battere le palpebre) è un fenomeno che avviene quando l’individuo non può discriminare un evento poiché la sua attenzione è concentrata su altro. Dunque vi è un deficit percettivo. Tale teoria fu analizzata attraverso un paradigma in cui venivano rappresentate consecutivamente una serie di lettere nella stessa posizione spaziale. L’intervallo tra una lettera ed un’altra, inoltre, era brevissimo e l’individuo doveva individuare la lettera che gli veniva indicata all’inizio del test. Quando egli doveva individuare un solo elemento, nella maggior parte dei casi, la risposta era esatta, quando, però, veniva aggiunta una nuova variabile, ad esempio una lettera colorata, da identificare insieme alla lettera iniziale, se le due lettere da identificare risultavano vicine l’osservatore riusciva ad identificare solo la prima che appariva, mentre se erano lontane riusciva a riconoscerle entrambe. Ciò significa che l’attenzione riposta sulla prima lettera, se molto vicina alla seconda, non permetteva un ulteriore attenzione sulla lettera successiva come se essa non fosse rilevata a causa di un mancata attenzione momentanea. Vi è anche un altro tipo di fenomeno che rileva un deficit dell’attenzione, ovvero la cecità al cambiamento che avviene quando una persona è incapace di individuare cambiamenti rilevanti quando essi avvengono insieme ad altri eventi che disturbano, come quando si osserva un’immagine e viene spento e poi riacceso il monitor, o quando appaiono altri oggetti sulla scena. Tale fenomeno fu dimostrato attraverso il paradigma del flicker in cui venivano presentate ad un individuo due immagini, per cinque secondi, identiche in tutto, tranne per un particolare, intervallate da uno spegnimento del monitor che durava circa due secondi. Tale paradigma veniva ripetuto per circa un minuto, ma gli individui non erano in grado di percepire cambiamenti, sebbene evidenti, di due immagini consecutive. Questo paradigma, quindi, dimostrò che in assenza di attenzione focalizzata sulle parti dell’immagini non è possibile notare sostanziali cambiamenti in un immagine. • Il neglect I disturbi dell’attenzione possono essere causati anche da lesioni cerebrali. Una sindrome dovuta a lesioni cerebrali è la negligenza spaziale unilaterale, che comporta l’incapacità di orientare l’attenzione verso metà del campo visivo. La caratteristica delle persone affette da tale sindrome, infatti, non è quella di non vedere gli stimoli, ma di non percepire quelli alla propria sinistra come se non esistessero. Infatti, ad esempio, questo deficit comporta il mangiare solo metà di quello che è nel piatto di fronte a loro. Per questo motivo gli individui affetti da tale sindrome sono incapaci di orientare l’attenzione verso sinistra, se la parte lesionata è quella destra del cervello. • Processi non consapevoli di attenzione (ascolto dicotico, mascheramento visivo etc.) Uno stimolo a cui non si presta attenzione potrebbe essere percepito inconsapevolmente, però, tali processi non consapevoli sono difficili da analizzare poiché gli osservatori non possono basarsi su una risposta diretta, ovvero consapevole, del soggetto e quindi capire se un’informazione è stata elaborata o meno. Una tecnica utilizzata per rilevare percezioni inconsapevoli è l’ascolto dicotico attraverso cui un individuo viene sottoposto all’ascolto di due messaggi diversi, uno per orecchio, e gli viene chiesto di ripetere ciò che sente focalizzando la propria attenzione solo su un orecchio, ad esempio quello destro. Quindi l’attenzione del soggetto era rivolta interamente ad un unico messaggio, infatti l’ascoltatore non sapeva dir nulla del messaggio escluso. Successivamente fu sperimentata l’introduzione del nome dell’individuo all’interno del discorso escluso. Il soggetto, in questo caso, spostava la sua attenzione sul discorso escluso, però ciò avveniva consapevolmente. Quindi fu utilizzato un'altra tecnica, quella del condizionamento che produceva una risposta fisiologica ad una parola a cui era associata una leggera scarica elettrica. Anche se gli individui erano concentrati sul discorso dell’orecchio destro, quando veniva trasmessa la parola nel discorso dell’orecchio sinistro essi producevano una risposta fisiologica, dato che sapevano che dopo aver udito una data parola ci sarebbe stata una leggera scarica elettrica, anche se non erano consapevoli di aver udito la parola. Un’altra tecnica indiretta, che stabiliva se fosse possibile un’elaborazione non consapevole, è il mascheramento visivo tramite cui viene presentato uno stimolo seguito da un simbolo che lo nasconde e l’individuo deve identificare lo stimolo iniziale. Nella tecnica del mascheramento visivo è utilizzato anche il priming per cui l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. Per esempio se viene presentata una parola come cane, in modo inconsapevole, e l’individuo, successivamente, dovrà indicare la categoria a cui appartiene una parola, che appartiene sempre alla specie animale, gli occorrerà meno tempo per rispondere correttamente. Il processo d’attenzione consente di individuare alcune informazioni e di far raggiungere ad esse la consapevolezza, ovvero la coscienza. Dunque l’attenzione è come un canale di accesso alla coscienza, che è limitata. Quindi gli individui possono incanalare solo un numero limitato di informazioni. Dunque la coscienza è un processore centrale che limita le informazioni. Gli orientamenti automatici e volontari si applicano in tutto il processo cognitivo, infatti abbiamo processi automatici e volontari. Ad esempio possiamo prendere una decisione volontariamente, per esempio quella di effettuare una azione, ma svolgere l’atto meccanicamente, come ad esempio quando decidiamo di percorrere una strada ma riusciamo a svolgere tale azione anche facendo altro, per esempio parlando con chi ci sta accanto. La coscienza, inoltre, può decidere di interrompere quei processi avviati automaticamente. Dunque, secondo alcuni ricercatori attenzione e coscienza coincidono mentre secondo altri no. Ciononostante l’attenzione e la coscienza sono due fenomeni collegati e gli individui sono consapevoli solo di ciò a cui prestiamo attenzione. SISTEMI DI MEMORIA • Le fasi di codifica, ritenzione e recupero Le fasi del ricordo sono tre: prima l’informazione viene appresa (fase di codifica), poi viene mantenuta nella memoria finché non ci serve (fase di ritenzione), e, infine, viene usata, ovvero ricordiamo (fase di recupero). La fase di codifica è il momento in cui un informazione viene inserita tra informazioni già presenti. La durata dell’informazione nella memoria dipende dalla profondità della codifica, infatti più profondo è il livello di elaborazione dell’informazione più è probabile che essa persista nella mente. Una buona codifica, però, non garantisce il persistere dell’informazione nella memoria, infatti il processo di recupero avviene solo attraverso il processo di ritenzione. Il processo di ritenzione consiste nel mantenimento dell’informazione nella memoria. Solitamente gli individui, per immagazzinare l’informazione, utilizzano la ripetizione, ovvero ripetere un informazione per ricordarla meglio, oppure ripeterla dividendola in più parti e collegando le varie parti a informazioni già presenti nella memoria. Il mantenimento dell’informazione, poi, dipende anche dall’informazione a cui la leghiamo, se è permanente o meno. Il recupero, invece, dipende dalle informazioni che sono disponibili nel momento del recupero, ovvero dalla forza delle tracce rimaste nella memoria. Secondo il principio di specificità della codifica, nella nostra memoria sono presenti moltissime tracce, le quali possono essere utilizzate in ogni momento. Il recupero delle tracce, dunque l’elaborazione del ricordo, avviene solo se vi è compatibilità tra la traccia e lo stimolo esterno. Ad esempio possiamo ricordare associando una traccia ad un oggetto, o rilevare caratteristiche simili tra la traccia e l’oggetto in questione o poiché vi è un riconoscimento. Quindi la qualità del ricordo dipende dalla codifica, dalla forza della traccia e dal contesto. • La memoria sensoriale e l’esperimento di Sperling Fin dagli inizio del novecento venne distinta una memoria primaria, ovvero una memoria breve termine, la quale consisteva nelle informazioni presenti nella coscienza, e una memoria secondaria, cioè una memoria a lungo termine, la quale possedeva informazioni che non erano presenti nella coscienza, ma che potevano essere ripescate all’occorrenza. Successivamente, nella metà del novecento, Sperling fece un esperimento in cui mostrava un gruppo di lettere, per pochissimi secondi, a un individuo e, successivamente, gli chiedeva di riferire le lettere che ricordava. Il soggetto riusciva a ricordare solo 4 o 5 delle 12 lettere presenti, ma sapeva di aver visto più lettere. Così Sperling decise di sperimentare un nuovo metodo col quale chiedeva ai soggetti di riportare solo alcune lettere. Sperling presentava tre righe di lettere, in un unico foglio, e successivamente faceva udire tre tipi di tonalità diverse (alta, media e bassa) a seconda della riga (su, in mezzo, giù) che gli individui dovevano ricordare. Con tale esperimento i soggetti ricordavano almeno 9 lettere, ovvero 3 di ogni gruppo, sulle 12 presentate. Tale esperimento fece costatare l’esistenza di una memoria iconica, cioè visiva, e di una memoria ecoica, ovvero uditiva, che sono molto brevi ma rappresentano, attraverso questi due organi di senso, gli stimoli presenti. Dunque si ebbe la certezza di un sistema di memoria sensoriale, ma anche della possibile esistenza di una memoria a breve termine e di una memoria a lungo termine, le quali spiegavano i fenomeni di ricordi temporanei e di quelli permanenti. • Differenze tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine per spiegare i fenomeni di ricordo temporaneo e permanente bisogna fare una distinzione tra una memoria a breve termine e una a lungo termine. Gli innumerevoli compiti che affrontiamo nella nostra vita quotidiana richiedono l'intervento di processi e sistemi di memoria diversi. Quando si parla di ricordo temporaneo o di memoria a breve termine si fa riferimento ad un sistema chiamato memoria di lavoro che mantiene ed elabora le informazioni durante l'esecuzione di compiti cognitivi. La memoria di lavoro rappresenta il nostro presente, trasforma il passato in presente, ha capacità limitata. Al contrario la memoria a lungo termine ha una capacità maggiore e fissa ricordi del passato. Ricordare un numero di telefono appena sentito richiede l'uso della memoria a breve termine, ricordare il proprio numero di telefono richiede quella a lungo termine. • Il paradigma di identificazione percettiva L'identificazione percettiva è uno dei più noti paradigmi della memoria implicita. In questo test i partecipanti, in una prima fase, detta fase di studio, vedono su uno schermo una lista di parole, presentate una per volta. In una seconda fase, detta fase di test, i partecipanti devono identificare una serie di parole presentate, una per volta, su uno schermo per un tempo così breve che è difficile persino vederle. Alcune delle parole presentate in questa seconda fase sono state presentate anche in fase di studio (primed) altre sono del tutto nuove (unprimed). Il risultato è che i soggetti identificano più facilmente le parole primed rispetto alle unprimed. È come se la sola esperienza di avere incontrato prima alcune parole sia sufficiente ad influenzare il comportamento successivo senza che la persona abbia mai tentato di recuperare consapevolmente quella informazione. • La memoria prospettica l'intenzione di compiere una data azione in un futuro che non è sempre immediato e i processi che stanno alla base della realizzazione di queste intenzioni, e delle conseguenti azioni ad esse associate, formano la memoria prospettica. Sono molti e diversi i suoi compiti che svolgiamo nell'arco della giornata, come cucinare una torta, prendere una pillola ecc. In ogni compito di memoria prospettica è presente anche una componente retrospettiva: per ricordare di prendere la medicina, devo richiamare alla memoria una serie di eventi passati (es. l'ultima volta che ho preso la pastiglia, nome del farmaco ecc.). Vi sono cinque fasi che sembrano caratterizzare il processo che porta al ricordo di un'intensione: formazione e codifica di un'intenzione, intervallo di ritenzione, intervallo di prestazione, inizio ed esecuzione dell'azione che si ha intenzione di compiere, valutazione del risultato. • I livelli di memoria autobiografica La memoria autobiografica è il sistema in cui vi sono i ricordi legati al sé, ovvero ricordi di episodi passati che ci rappresentano e che ci permettono di proiettarci nel futuro. I ricordi autobiografici, ovvero personali, sono vari pezzi di esperienza che compongono il nostro io, quasi come un mosaico. La ricostruzione di ricordi autobiografici avviene attraverso tre livelli che sono organizzati gerarchicamente. Il primo livello è quello in cui vi sono ricordi collegati ad estesi periodi della vita, come ad esempio il ricordo del liceo. Il secondo livello, sebbene sia chiamato livello degli eventi generali, è più specifico e riguarda i ricordi passati avvenuti in un arco di tempo breve, come giorni o settimane, come ad esempio vacanze o malattie. Il terzo livello, invece, rappresenta la conoscenza di eventi specifici e comprende ricordi brevissimi, che vanno da alcuni secondi ad alcune ore, come quando ricordiamo un indumento che abbiamo indossato un giorno. La memoria autobiografica, però, è data dall’unione dei tre livelli. I ricordi mnemonici sono accurati, soprattutto se ci riferiamo ad un ricordo generale, ma, a volte, non sono sempre affidabili. Infatti può capitare di associare un ricordo ad un evento solo per colmare il buco mnemonico che abbiamo di quella situazione. In effetti può capitare di collegare un ricordo che non c’è mai stato ad un evento solo poiché questo ricordo sembra essere plausibile con la situazione. MEMORIA SEMANTICA E DI CATEGORIZZAZIONE • Cosa è la memoria semantica e distinguerla dalla memoria episodica Molte teorie contemporanee assegnano una struttura multifunzionale e multidimensionale alla memoria che viene vista come una architettura complessa in grado di rappresentare tipi diversi di informazioni. Una suddivisione riguarda: -la rappresentazione di riferimenti spazio-temporali e personali I RICORDI -la rappresentazione di informazioni di carattere generale LE CONOSCENZE Il primo sistema di rappresentazione è chiamato memoria episodica, Il secondo sistema di rappresentazione è chiamato memoria semantica. Per le informazioni relative alla memoria semantica usiamo il verbo “sapere”, per quelle relative alla memoria episodica usiamo il verbo “ricordare”. La memoria semantica costituisce il repertorio di concetti posseduti da ciascuna persona. In quanto tale, essa è la base di conoscenze che ci permette di agire in modo funzionale nel mondo che ci circonda. Tali conoscenze sono create a partire dal mondo sensoriale, attraverso l'esperienza. • Modelli della memoria semantica I modelli della semantica si possono distinguere in tre gruppi: rappresentazione astratta – le informazioni sono mantenute in memoria semantica in un formato amodale, slegato cioè dalle informazioni sensoriali-motorie delle entità rappresentate. Secondo tali modelli la rappresentazione prescinde dalla particolare situazione in cui l'elemento può trovarsi nel mondo reale. Modelli per esemplari – il sistema concettuale è costituito dalle memorie degli esemplari che sono stati codificati nel tempo. In altre parole, la rappresentazione del concetto “cane” è costituita dalle tracce mnestiche di tutte le situazioni che ho codificato in cui erano presenti dei cani modelli connessionisti della rappresentazione delle conoscenze – postulano nella maggior parte dei casi un'architettura distribuita in cui la rappresentazione di un concetto viene spalmata su diversi sottosistemi. Pertanto secondo questo approccio non esiste un nodo concettuale corrispondente a cane. Esistono invece insiemi di attributi di base condivisi da un numero variabile di elementi che si attiveranno in configurazioni appropriate in riferimento al concetto rilevante. • Le funzioni dei processi di categorizzazione La capacità di classificare e rappresentare elementi in classi, ovvero il processo di categorizzazione, assolve diverse funzioni. Una prima funzione della categorizzazione è quella di rendere possibile l'esecuzione di risposte comportamentali riferite ad una classe di oggetti cognitivamente equivalenti (es. se ci viene richiesto di utilizzare due coltelli simili ma uno con il manico in legno e l'altro in plastica, probabilmente li useremo nella stessa maniera senza dare importanza alle differenze). Una seconda funzione della categorizzazione è quella di permettere di rilevare analogie e differenze fra oggetti a diversi livelli di astrazione (es. considerando le due proprietà “essere giallo” e “respirare”, in relazione alla prima, “canarino” sarà simile a “banana” ma diverso da “cervo” ma relazionati alla seconda, “canarino” sarà simile a “cervo” e diverso da “banana”). La terza funzione della categorizzazione è quella di permettere di semplificare l'analisi dell'input ambientale. Una categoria di oggetti possiede in genere delle caratteristiche che permettono di analizzare in modo veloce e superficiale, ma sufficiente per l'identificazione, gli esemplari che la costituiscono. • Il modello a struttura gerarchica della Rosch La psicologa Eleanor Rosch ha proposto di analizzare le capacità categoriali umane sulla base di due dimensioni, quella verticale e quella orizzontale. Nella dimensione verticale le categorie si strutturano su base gerarchica in funzione dell'inclusione di classe (es. labrador, cani, animali, esseri viventi). Sono tre le caratteristiche interessanti da un punto di vista psicologico della struttura gerarchica delle categorie: - La natura sempre più astratta delle relazioni fra gli elementi quando si passa dai livelli bassi a quelli alti della gerarchia:a mano a mano che ci si innalza nella struttura le caratteristiche condivise dai membri della categoria tendono a diminuire. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la mente umana utilizzi un meccanismo di bilanciamento fra quantità di informazione rappresentata e quantità di elaborazione chiamato principio di economia cognitiva. Secondo questo principio, le proprietà dei concetti sono rappresentate al livello più alto possibile della gerarchia e vengono recuperate quando necessarie mediante processi logici. - Il diverso “peso” cognitivo dei livelli: all’interno dei livelli gerarchicamente ordinati ve ne è uno che è “privilegiato” dal punto di vista cognitivo, denominato da Rosch livello di base. Il livello di base è quello che fornisce l’”entrata” cognitivamente più economica nella memoria semantica; il livello di base è cognitivamente saliente perché è il livello in cui vengono rappresentati gli attributi più distintivi. Il livello di base è usato spontaneamente dagli adulti nelle loro descrizioni, permette alle persone di elencare facilmente gli attributi condivisi , è associato a tempi di risposta più veloci in compiti in cui bisogna stabilire se una data frase è vera o è falsa, corrisponde al livello più generale rispetto al quale è possibile formarsi un’immagine “concreta” dell’intera categoria, è acquisito per primo dai bambini. - I meccanismi che permettono di mettere in relazione i diversi livelli: è stato proposto il meccanismo della diffusione dell’attivazione. Secondo questo principio, quando un nodo concettuale viene attivato, l’attivazione non riguarda solo tale nodo ma si propaga agli altri nodi in funzione del tempo e della vicinanza. L’attivazione decresce col tempo e influenza in modo diverso i nodi a cui si propaga. • La struttura interna delle categorie nella Rosch e il concetto di prototipo Per quanto riguarda la dimensione orizzontale, ovvero la rappresentazione interna a ciascuno dei livelli che caratterizzano la struttura gerarchica, Rosch identifica due aspetti rilevanti. Il primo fa riferimento alla struttura sfuocata delle categorie. Nella tradizione filosofica Aristotelica un elemento che possiede tutte le caratteristiche della categoria è un membro di tale categoria, se non le possiede non è un membro della categoria (metodo dicotomico). Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sostiene che la condivisione delle stesse proprietà non può essere il criterio per l’appartenenza categoriale; ciò che caratterizza le categorie semantiche è un’appartenenza graduata basata sul possedere in grado diverso caratteristiche comuni anche ad altri membri di quella categoria. Questo fenomeno è chiamato “somiglianza di famiglia”. Nessun esemplare possiede identiche caratteristiche, ma ciascuno ne condivide alcune con gli altri. Pertanto alcuni sono elementi centrali, in quanto condividono molti attributi con gli esemplari della categoria e pochi attributi con esemplari di altre categorie; altri sono invece periferici, in quanto condividono pochi attributi con gli esemplari della categoria e tendono a condividere attributi con esemplari di altre categorie. Alcuni psicologi hanno proposto la nozione di prototipo, che corrisponde a un membro che si caratterizza per possedere il valore “medio” sulla maggior parte delle caratteristiche dei membri della categoria. Il prototipo è il miglior esemplare della categoria e funge da punto di riferimento per gli altri esemplari: quanto più simili saranno al prototipo tali esemplari, tanto più saranno centrali rispetto alla categoria. Possiamo vedere il prototipo come uno “schema”, una struttura per la rappresentazione con variabili che hanno valori situate entro un certo intervallo. I valori delle variabili tenderanno ad essere quelli medi di tutta la categoria. L’ipotesi che le categorie siano insiemi sfuocati presenta però un punto debole. Le persone tendono ad attribuire una struttura sfuocata (gradi diversi di appartenenza), anche a categorie ben definite; come ad esempio nei numeri pari, i numeri 4 e 36 sono pari “allo stesso modo”. APPRENDIMENTO 1. Il condizionamento classico di Pavlov ed i fenomeni ad esso connessi (generalizzazione, estinzione, etc.) Il condizionamento classico è un processo per cui uno stimolo che in precedenza non evocava nessuna risposta arriva a provocare una risposta simile ad un riflesso, dopo essere stato abbinato in una o più prove a uno stimolo diverso che già evocava una risposta (battito di ciglia in presenza di un rumore). L'apprendimento associativo è stato scoperto da Pavlov studiando i processi digestivi del cane. Ne misurava la produzione salivare in risposta a vari tipi di stimolazione gustativa dopo aver deviato il condotto salivare dell'animale, in modo da poterne raccogliere la saliva secreta in ogni condizione sperimentale. La procedura di base consisteva nello scegliere uno stimolo neutro SN (stimolo sonoro o luminoso), e nel presentarlo accoppiato con uno stimolo detto stimolo incondizionato SI che produce la salivazione (carne). La salivazione così indotta viene chiamata risposta incondizionata RI. Pavlov scoprì che l'animale iniziava a salivare nel momento in cui compariva il suono o la luce. Il fenomeno era dovuto allo stabilirsi di un'associazione tra stimolo e risposta di salivazione. Alcuni fenomeni connessi allo studio di Pavlov sono: il rafforzamento: maggiore è la frequenza di accoppiamento tra stimolo condizionato, e risposta incondizionata e maggiore è l'intensità e la regolarità di comparsa delle risposte condizionate. Estinzione: lo stimolo incondizionato viene omesso ripetutamente, allora la risposta condizionata perde di intensità fino a sparire. Generalizzazione: se il cane inizia a salivare al suono del campanello è probabile che inizi a salivare al suono di qualsiasi altro campanello. • Il condizionamento operante e i concetti di rinforzo e punizione una seconda prospettiva allo studio dell'apprendimento in ambito comportamentista è quella basata sul cosiddetto condizionamento operante. Thorndike fu il primo ad occuparsi di condizionamento operante e a proporne un principio esplicativo, la legge dell'effetto. Essa afferma che lo stabilirsi e il rafforzarsi di legami associativi tra stimolo e risposta non deriva semplicemente dalla loro contiguità temporale, ma dagli effetti che seguono la risposta. L'apprendimento avveniva per prove ed errori e per la legge dell'effetto, ossia un comportamento viene appreso e si stabilizza solo se la risposta produce un certo effetto sull'ambiente e sull'individuo. Il principio di base è comunque ancora lo stabilirsi di una connessione tra stimolo e risposta. Il principio chiave per spiegare questo fenomeno è il rinforzo ossia la conseguenza positiva che produce un aumento della frequenza del comportamento in questione. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Nel primo caso si tratta di eventi positivi che vengono aggiunti alla situazione; nel secondo caso si tratta di eventi negativi che vengono eliminati. La punizione è costituita dalla realizzazione di una situazione sgradevole allo scopo di non aumentare ma di diminuire la frequenza di un dato comportamento. • Interpretazione cognitivista del condizionamento classico • Apprendimento per segnali di Tolman Secondo Tolman l'animale apprende perchè si crea una rappresentazione mentale della situazione;sarebbe questa rappresentazione mentale a guidarne poi l'azione.Se facciamo l'esempio di un ratto che corre in un labirinto avremo modo di notare che per imparare a percorrere il labirinto,l'animale deve imparare la mappa del labirinto,ossia averne una rappresentazione spaziale nella mente. In base a questa si può muovere e trovare vie d'uscita alternative nel momento in cui quelle solitamente impegnate risultassero bloccate. Per dimostrare che l'animale apprende una mappa spaziale del percorso e non una serie di comportamenti motori, Tolman ideò delle condizioni sperimentali semplici ma ingegnose. Un ratto viene posto su una piattaforma di legno a forma di croce,e fatto partire da un'estremità indicata come il punto P. In una prima fase riceve cibo nelle altre tre estremità della piattaforma,mentre da un certo momento in poi viene alimentato per un certo numero di volte solo nell'estremità A. Il ratto impara a percorrere il tratto che va da P ad A,dove trova il cibo. Per stabilire la natura dell'apprendimento il ratto veniva posto in una nuova posizione di partenza,ad esempio P1,rispetto al quale il punto A,quello in cui viene alimentato,si trova a sinistra,e non più a destra. Se il ratto ha semplicemente imparato delle risposte motorie,allora dovrebbe muoversi verso destra anche in questo caso. Se invece il ratto ha appreso la mappa e ne utilizza i rapporti spaziali per raggiungere il cibo,allora dovrebbe muoversi verso sinistra,dove effettivamente si trova il cibo. Ebbene,il ratto va direttamente verso il cibo dimostrando che il ratto non ha appreso una serie di movimenti,ma con l'esperienza si è creato una mappa mentale delle relazioni spaziali dell'intero percorso. L'apprendimento per segnali può anche essere considerato come l'apprendimento di una aspettativa,ossia l'apprendimento di una conoscenza. Ad esempio,l'animale impara che il cibo o la ricompensa si trova in un certo luogo, perchè quello è il luogo in cui l'ha sempre trovata,e mostra sorpresa se questa non c'è. La sorpresa è segno della mancata corrispondenza tra ciò che l'animale si attendeva di trovare e ciò che ha effettivamente trovato. 5. Interpretazione cognitivista del condizionamento operante APPRENDIMENTO E MEMORIA NELLE RETI NEURALI • Elementi di base delle reti neurali artificiali Le reti neurali artificiali sono dei sistemi di elaborazione dell'informazione ispirati al funzionamento del cervello, caratterizzati dalla capacità di apprendere e svolgere compiti complessi. Una rete neurale è formata da semplici elementi ispirati ai neuroni biologici, che agiscono in parallelo e che sono collegati fra loro formando una “rete”. Il sistema può essere addestrato a “vedere, sentire e muoversi”. Nel cervello, una rete neurale è formata da un certo numero di neuroni che agiscono e si influenzano a vicenda attraverso le connessioni che li collegano. L'analogia più semplice per il funzionamento del neurone è quella di un rilevatore di fumo. Allo stesso modo, un neurone di un nostro sistema visivo può rilevare se la faccia è vista di fronte o di profilo. In ogni caso, il neurone segnala ciò che ha rilevato attraverso la sua frequenza di scarica. I neuroni possono ricevere segnali da altri neuroni, formando quindi strati di rilevatori più complessi. • L’architettura delle reti neurali L'architettura della rete è uno schema di connettività che identifica l'eventuale presenza di gruppi di neuroni diversi e il modo in cui i neuroni sono connessi fra loro. All'interno della rete è di solito possibile distinguere tre gruppi di neuroni diversi organizzati in strati. Le unità che ricevono l'input direttamente dall'ambiente formano lo strato di input,le unità che producono l'output finale della rete formano lo strato di output. Infine tutti i neuroni che non sono a contatto con l'ambiente sono chiamati unità nascoste e possono essere organizzate in più strati. Il numero di unità presenti in ogni strato dipende dalla natura del compito che la rete dovrà apprendere. • Modelli di apprendimento nelle reti neurali o algoritmi di apprendimento La ricerca sulle reti neurali artificiali ha prodotto negli ultimi cento anni un numero notevole di algoritmi di apprendimento. In generale, dato un sistema che riceve una serie di input sensoriali, possiamo distinguere tre tipi diversi di apprendimento: - apprendimento supervisionato: lo scopo di un sistema sottoposto a questa forma di apprendimento è imparare a produrre una risposta corretta (output) ogni volta che si presenta un nuovo stimolo (input) adeguato. - apprendimento per auto-organizzazione: il sistema non ha alcun compito da eseguire. Lo scopo dell'apprendimento è costruire rappresentazioni dell'input più complesse e informative, che possono essere successivamente usate per il ragionamento, la decisione e la comunicazione. - apprendimento per rinforzo: il sistema può anche produrre azioni che hanno un effetto sul mondo, e riceve rinforzi (o punizioni). Lo scopo dell'apprendimento è imparare ad agire in un modo che massimizza il rinforzo nel lungo termine. A differenza dell'apprendimento supervisionato, non viene fornito l'output desiderato ma solo un'informazione sulla bontà dell'output prodotto. EMOZIONI • Cosa sono le emozioni. La dicotomia emozione-ragione Le emozioni sono fenomeni importanti per gli esseri umani, infatti ogni azione che svolgiamo comporta un’emozione. Gli individui, molto spesso, nei loro discorsi sono soliti esplicare episodi emozionali, sia che riguardino se stessi, conoscenti o personaggi fittizi, come quelli dei telefilm. Tutte le emozioni provengono sempre da un oggetto, chiamato antecedente emotigeno, che le suscita. Gli oggetti possono essere diversi, come una frase detta da qualcuno, un ricordo, un sogno, la morte di qualcuno ecc. A differenza delle emozioni, l’umore scaturisce da un dato evento ma persiste nel tempo anche se non ha più tale evento come oggetto. L’esperienza emotiva è un processo diviso in più fasi e che finisce nel tempo. le componenti dell’esperienza emotiva sono la localizzazione dell’evento nel tempo, ovvero se si tratta di un’emozione passata o futura, e la desiderabilità soggettiva dell’evento. Solitamente un individuo valuta l’evento a seconda delle risposte fisiologiche, espressive o comportamentali. Inoltre un individuo può decidere se mettere in atto una regolazione, ad esempio può scegliere di reprimere un’emozione. Le emozioni posso essere definite razionali a causa del riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, della regolazione delle emozioni, dell’empatia ecc. Infatti si può parlare di intelligenza emotiva, la quale ci aiuta a reagire in modo ideale nelle situazioni in cui sono implicate le emozioni. Le emozioni, inoltre, scaturiscono dai rapporti sociali e dalla relazione sociale con l’ambiente, infatti possono essere definite interpersonali. Precedentemente si credeva che le emozioni scaturissero dalla psiche di un individuo e dalla propria interiorità, poiché vi erano eventi come il dispiacersi per assassini oppure piangere per essere confortati che scaturivano, appunto, dalla propria interiorità. In realtà sia i rapporti interpersonali che quelli intrapsichici influenzano le emozioni. A volte, però, le emozioni possono rappresentare un limite poiché, ad esempio, se siamo in ansia per un esame, probabilmente, non riusciremo a dare il nostro meglio nello svolgimento. Si parla in questo caso di dicotomia emozione-ragione. Infine, le emozioni hanno diversa interpretazione a seconda dell’ambito in cui vengono analizzate, se ad esempio siamo nel settore psicologico, biologico, prendendo in considerazione i cambiamenti ormonali, o sociologico, prendendo in considerazione il clima sociale che caratterizza una società in un certo periodo. • Eventi emotigeni antecedenti Dietro ad ogni emozione c'è qualcosa che l'individuo ha a cuore, un interesse, un motivo, uno scopo, un valore. Il beneficio o il danno di tale interesse rendono un evento emotivamente rilevante. Gli interessi individuali costituiscono perciò predisposizioni emotive. Ciò implica che le emozioni sono fortemente ancorate alle credenze e alle conoscenze dell'individuo e dunque alla sua storia personale. L'individuo si rapporta non tanto ad un mondo (evento) oggettivo, quanto alla sua percezione, interpretazione di esso. • Multidimensionalità della valutazione degli eventi La variabilità delle esperienze emotive è anche dovuta al fatto che la valutazione di un evento è un processo complesso, multidimensionale. Può avere infatti più fattori che lo determinano, come ad esempio la valenza (l'evento è piacevole o spiacevole'), la salienza (l'evento è funzionale agli scopi dell'individuo'), la novità (l'evento è familiare all'individuo') il controllo (la situazione è sotto il controllo dell'individuo'), la certezza (quanto è probabile che l'evento abbia esito'), la fonte causale (chi ha causato l'evento') e l'intenzionalità (l'evento è stato causato intenzionalmente'). • Il lessico emozionale il lessico emozionale codifica vari aspetti dell'esperienza emotiva, in particolare l'intensità e la valenza, dimensioni che ben differenziano sia i termini sia le emozioni in se. Tuttavia questo processo di codifica è disomogeneo in quanto i singoli termini non codificano solitamente tutte le componenti. Per il ricercatore così come per l'individuo qualunque, il lessico costituisce quindi contemporaneamente una risorsa, che può aiutarci a mettere a fuoco diversi aspetti dell'esperienza emotiva, e un vincolo, dato che ci obbliga a scegliere che cosa mettere a fuoco se vogliamo parlare di un'esperienza. • Il processo emotivo Il processo emotivo avviene attraverso una struttura ben definita: valutazione dell’evento, tendenza all’azione, risposte fisiologiche (cambiamento frequenza cardiaca) ed espressive (riso, pianto ecc.) e comportamenti scaturiti dai precedenti passaggi (immobilizzarsi, scappare, aggredire ecc.). La durata delle emozioni può avere un inizio ed una fine, ma in altri casi la durata delle emozioni può non essere definibile. Le emozioni possono scaturire anche mentre si svolgono altre azioni, sia in modo consapevole che in modo inconsapevole. Per la valutazione delle emozioni, infine, è necessario l’efficiente funzionamento dei processi cognitivi ad esse collegati e il buon funzionamento dell’organismo, infatti se le risorse energetiche non sono efficienti la sensibilità emotiva diminuisce. MOTIVAZIONE • La definizione di Motivazione e le principali teorie La motivazione è ciò che porta l’individuo a compiere una determina azione, ovvero a compiere una scelta. Essa è presente in modo diverso in ogni individuo, poiché ogni persona ha un proprio obiettivo da perseguire. Dunque la motivazione è un fattore che spiega i motivi dei comportamenti degli individui. La motivazione di un individuo dipende sia da fattori interni, come i bisogni, che esterni all’individuo, come gli obiettivi e le circostanze sociali. Una tassonomia distingue due tipi di motivazioni: estrinseche, come i premi e gli incentivi, e intrinseche, come la curiosità o il successo. Vi è una motivazione estrinseca quando si persegue un’azione per fattori esterni, mentre vi è una motivazione intrinseca quando si affronta un compito per sé stessi. La motivazione umana non è solo estrinseca o intrinseca, bensì scaturisce da un agglomerato di entrambe. Infatti la motivazione è un fattore molto complesso. • La teoria dei bisogni di Maslow Secondo Maslow la motivazione è la manifestazione dell’insoddisfazione di alcuni bisogni primari. Maslow creò una piramide alla cui base vi sono i bisogni che hanno la precedenza sugli altri, che si trovano in posizioni più elevate, che vengono soddisfatti solo quando vengono appagati quelli alla base. Alla base della piramide abbiamo i bisogni fisiologici (la fame e la sete), poi i bisogni di sicurezza, i bisogni di appartenenza, i bisogni di stima e i bisogni di autorealizzazione (come i comportamenti altruistici). Dunque gli individui tendono ad appagare prima i bisogni fisiologici e poi tutti gli altri in ordine. Però tale teoria è troppo rigida, infatti non è detto che gli individui seguano una scala gerarchica così rigida. Inoltre se siamo molto impegnati in attività che ci interessano, il tempo passa senza che ce ne rendiamo conto e non percepiamo stanchezza e fame. • La motivazione alla riuscita La motivazione alla riuscita rappresenta la necessità di eccellere nei compiti senza fallimenti. Essa scaturisce dalla necessità di avere un’immagine positiva di sé, ovvero dall’autostima, e dal voler compiere le azioni da soli, ovvero dall’orgoglio. Secondo Atkinson la motivazione alla riuscita scaturisce da due fattori opposti: ottenere il successo ed evitare il fallimento. Per questo motivo creò il modello delle scelte a rischio secondo cui le persone scelgono di affrontare o meno un compito a seconda della propria motivazione, ovvero se desiderano il successo o hanno paura del fallimento. Atkinson, per dimostrare la sua teoria, fece un esperimento con cui vari individui venivano chiamati a lanciare degli anelli in un piolo. Alcune persone, per paura di fallire, erano molto vicine al bersaglio o a distanze eccessive, per avere un alibi per il fallimento, mentre altre sceglievano distanze impegnative ma non impossibili. La tendenza ad ottenere il successo e ad evitare il fallimento divide gli individui in quattro categorie: sovramotivati, ovvero coloro che hanno un’alta tendenza a cercare di ottenere il successo e ad evitare il fallimento; orientati al successo, che hanno un’alta tendenza al successo e una bassa tendenza ad evitare il fallimento; orientati ad evitare il fallimento, che hanno una bassa tendenza al successo e un’alta tendenza a evitare il fallimento; orientati al fallimento, con bassa tendenza al successo e ad evitare il fallimento. La motivazione di competenza nel bambino avviene quando egli vuole fare da sé anche se non conosce bene le cose che lo circondano. Se un bambino, inizialmente, viene incoraggiato dagli adulti, tenderà, poi, a svolgere al meglio altre azioni senza il bisogno di approvazioni esterne. Mentre se il bambino viene scoraggiato dagli adulti, sempre nei suoi primi mesi di vita, egli avrà sempre un costante bisogno dell’approvazione esterna. Gli individui sono più motivati a svolgere azioni che hanno scelto di compiere piuttosto che a fare azioni che gli vengono imposte. Decidendo da soli, quindi con l’autodeterminazione, gli individui soddisfano tre bisogni: competenza, poiché sentono di avere il controllo sull’azione, autonomia, poiché possono scegliere l’attività da svolgere, e relazione, ovvero il bisogno di relazioni sociali. L’autodeterminazione, perciò, è il poter compiere decisioni autonome e il sentirsi competenti e apprezzati socialmente. • La teoria attributiva Le cause del successo e del fallimento sono diverse e possono essere distinte in cause interne, riguardanti la propria persona (abilità personali e impegno), e cause esterne, riguardanti gli altri o la situazione. Un successo attribuito a cause interne è molto più gratificante di quello attribuito a fattori esterni, mentre un fallimento dovuto a cause interne è molto più insoddisfacente di uno causato da fattori esterni. Anche l’attribuzione delle cause agli eventi dipende dal soggetto a cui sono assegnate. Solitamente, infatti, gli individui tendono ad attribuire cause interne ai propri successi e cause esterne a quelli altrui, mentre tendono ad assegnare cause esterne ai propri fallimenti e cause interne a quelli altrui. Tale fenomeno è chiamato errore edonico di attribuzione, che scaturisce al bisogno di salvaguardare la propria immagine. Inoltre cause come l’impegno e l’aiuto richiesto sono più controllabili rispetto alla fortuna e le abilità personali, mentre l’abilità personale è più stabile nel tempo della fortuna e dell’impegno. Dunque l’attribuzione dei successi o degli insuccessi dipende anche dalla stabilità nel tempo e dalla controllabilità. La teoria attributiva, dunque, scaturisce dai processi cognitivi messi in atto con l’analisi dei possibili successi o fallimenti. Da quest’analisi, poi, scaturiscono le emozioni, ad esempio, se un successo deriva dal proprio impegno si proverà orgoglio, mentre se deriva dall’aiuto altrui allora non vi sarà soddisfazione. • Motivazione e autostima L’autostima deriva da sentimenti che si provano verso di sé e dai valori che si danno a ciò che ci circonda. Se ad esempio una persona crede in valori come la carità e l’impegno nello studio, ma crede di non perseguirli, avrà una bassa autostima. L’autostima, dunque, può essere definita da un rapporto tra il sé reale e il sé ideale di una persona. Solitamente chi possiede un’elevata autostima è più motivato ed ha approcci più positivi, mentre chi ha una bassa autostima è più incerto e tende a creare strategie di autosabotaggio, che vengono utilizzare per giustificare i fallimenti. RAGIONAMENTO • La logica mentale e i modelli mentali Fino a pochi decenni fa, la maggioranza degli psicologi del pensiero partiva dal presupposto che il ragionamento comune fosse basato sull'applicazione di regole logiche. Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo si compie nell'adolescenza con l'acquisizione delle operazioni formali, cioè delle regole formali della logica classica. Questa posizione, che possiamo definire teoria della logica mentale è attualmente difesa da pochi psicologi, dato che non riesce a spiegare adeguatamente alcuni fenomeni scoperti studiando il ragionamento delle persone non esperte in logica. Secondo la teoria dei modelli mentali proposta dallo psicologo Philip Johnson-Laird, il ragionamento comune non dipende dall'applicazione di regole formali, ma dalla costruzione e manipolazione delle rappresentazioni mentali delle possibilità descritte dalle premesse. • Gli effetti di contenuto nel ragionamento Le regole logiche sono formali, cioè la loro applicazione non dipende dal contenuto delle premesse o dal contesto in cui queste sono situate. La scoperta che il contenuto delle premesse determina i processi di ragionamento è difficile da spiegare seguendo la teoria della logica mentale. Alcune teorie del ragionamento alternative a quest'ultima ne hanno proposto delle interpretazioni. Una corrente teorica attualmente molto diffusa, la cosiddetta “psicologia evoluzionista”, cerca di spiegare in una prospettiva evoluzionista gli aspetti centrali delle attività cognitive umane, in particolare le attività che sembrano proprie della specie umana, come il linguaggio e il pensiero astratto. • Il ragionamento probabilistico e le euristiche di giudizio Secondo la teoria che tuttora domina parte delle scienze economiche, cioè la teoria dell'azione razione, l'attore razionale prende decisioni scegliendo le alternative che hanno la maggiore probabilità di produrre i migliori benefici. Una componente essenziale della decisione razionale, quindi è la capacità di valutare correttamente la probabilità di accadimento di eventi incerti. A Kahneman e Tversky, va il merito di avere dimostrato che la teoria della scelta razionale, sia pur accettabile come norma relativa ad un attore ideale, non descrive le scelte degli individui reali. Le ricerche da loro condotte hanno dimostrato, che le persone non prendono sempre decisioni razionali e non valutano sempre correttamente le probabilità degli eventi relativi alle scelte che devono compiere. Ci sono due tipi di euristiche. La prima è quella della disponibilità, ossia l'euristica che porta a stimare la frequenza di una classe di eventi sulla base della facilità con cui vengono alla mente gli esemplari della stessa. Tanto più numerosi saranno gli esempi ricordati o costruiti, tanto più grande sarà giudicata la categoria cui tali esempi appartengono. La seconda è quella della rappresentatività, ossia quella che stima la probabilità di un evento sulla base della sua rappresentatività. Significa basarsi sul grado di tipicità rispetto alla categoria cui appartiene. • Il ragionamento estensionale La mente umana è veramente incapace di valutare le probabilità di eventi singoli' Secondo un'ipotesi derivata dalla teoria dei modelli mentali, le persone non esperte traggono inferenze probabilistiche come traggono quelle deduttive, cioè in modo estensionale. In altre parole, ragionano non applicando regole ma sulla base di rappresentazioni mentali di possibilità. In alcuni casi è impossibile valutare le probabilità in modo estensionale perchè le possibilità da enumerare sono troppe. In altri casi, invece, è possibile farlo sulla base di valori numerici associati alle possibilità fornite dal problema. S gangemi  
Domande per il volume FONDAMENTI DI PSICOLOGIA GENERALE LA PSICOLOGIA COGNITIVA (vedi slide on line) • Cosa studia la psicologia Cognitiva La Psicologia Cognitiva è un ramo della Psicologia e studia le funzioni più complesse della mente umana: i giudizi, le decisioni, soluzioni di problemi, come i pensieri vengono rappresentati nella nostra mente, codificati, immagazzinati e recuperati. • Quale definizione di mente, e cosa sono gli scopi e le credenze' Con il termine mente facciamo riferimento alle funzioni superiori del cervello e in modo particolare a quelle di cui si può averne coscienza. La mente può essere suddivisa in due classi di elementi: credenze e scopi. Le prime rappresentano ciò che l'individuo crede circa il mondo circostante, sono la visione di ciò che è. Gli scopi invece sono la speranza di ciò che sarà e si manifestano tramite le azioni, le quali rappresentano le interazioni tra credenze e scopi. METODI • Gli scopi della ricerca scientifica Gli scopi della ricerca scientifica sono due: la scoperta di regolarità, che comprende la descrizione del comportamento e la scoperta di relazioni regolari tra i vari aspetti del comportamento. La descrizione dei fenomeni studiati è il primo passo di ogni scienza. Ciò richiede la definizione degli eventi e delle entità coinvolte dette variabili. Può capitare di osservare che fra i vari aspetti del comportamento si manifestino delle regolarità che formano le leggi del comportamento; il secondo scopo è lo sviluppo di teorie. Una teoria è un insieme di asserzioni che collega tra loro varie leggi. Le teorie servono per organizzare le conoscenze in modo sistematico e a spiegare le leggi. Le teorie guidano la ricerca scientifica. Infatti un ricercatore inizia un esperimento sulla base di un'ipotesi: senza questa non si fa ricerca. • Gli studi sperimentali: variabili dipendenti e indipendenti Gli studi sperimentali avvengono attraverso degli esperimenti. Un esperimento è la variazione tra due o più variabili. In psicologia le variabili solitamente sono la misura di un comportamento osservato. Possiamo avere delle variabili dipendenti perchè dipendono dal valore di altre variabili dette indipendenti. Supponiamo di voler stabilire se i maschi hanno capacità matematiche superiori alle femmine. Somministriamo quindi un test a due gruppi formati rispettivamente da 50 maschi e 50 femmine. Ad ogni partecipante sarà richiesto di risolvere il maggior numero di operazioni in un tempo massimo di 10 minuti. La variabile dipendente sarà l'accuratezza, quella indipendente il sesso (maschio o femmina). Come possiamo stabilire se la variabile indipendente ha avuto effetto su quella dipendente' Dobbiamo usare metodi statistici. Considerando i punteggi al test dei soggetti possiamo osservare la presenza di due fonti di variazione: a) la variazione tra un gruppo e l'altro indotta dalla variabile indipendente; b) la variazione entro ciascun gruppo, dovuta alle differenze (casuali) tra i soggetti. • Gli studi correlazionali Oltre agli studi sperimentali, esistono quelli correlazionali, che hanno lo scopo di scoprire se esistono delle relazioni tra due o più variabili oggetto di studio. Se viene trovata una relazione tra due variabili si dice che le due variabili sono correlate. Supponiamo di voler scoprire se c'è una relazione tra stima di se e successo negli studi universitari. Sottoponiamo un questionario ad un campione di studenti. Vedremo così se vi è una correlazione tra punteggio di autostima e media dei voti. Se troveremo una relazione allora le due variabili saranno correlate. Se all'aumentare dell'autostima aumenta anche la media dei voti la correlazione sarà positiva (voti alti tendono ad essere accoppiati ad alti livelli di autostima, al contrario voti bassi corrispondono ad un basso livello di autostima). • La neuropsicologia la neuropsicologia è la disciplina che studia le basi neurali delle funzioni mentali. Una delle prime proposte sulla localizzazione cerebrale delle facoltà mentali risale al lacoro di Gall, il quale identificò 37 facoltà mentali e morali. La sua teoria non aveva però fondamento scientifico. Il metodo neuropsicologico classico nasce dallo studio di disturbi del linguaggio prodotti da una lesione cerebrale. Broca e Wernike tentarono di stabilire una connessione fra lesioni cerebrali e disturbi afasici. Intorno agli anni 70 del secolo scorso nasce una nuova corrente denominata neuropsicologia cognitiva. Il suo interesse non era quello di stabilire quale area del cervello fosse coinvolta in una funzione cognitiva ma studiare il comportamento di pazienti con disturbi neuropsicologici per capire meglio il funzionamento dei processi mentali normali. Lo strumento di indagine principale è quello della dissociazione ossia l'osservazione che un paziente mostra un danno selettivo ad una particolare componente del sistema cognitivo. • I metodi cronometrici (tempi di reazione, Effetto Stroop etc.) la cronometria mentale nasce con gli studi del fisiologo olandese Donders che per primo ipotizza la possibiltà di misurare la durata di esecuzione delle operazioni mentali attraverso la misura dei tempi di reazione. Donders mette in pratica il seguente esperimento: viene chiesto all'esaminato di premere un tasto il più rapidamente possibile ogni volta che su uno schermo del computer comparirà un pallino luminoso. Il tempo di reazione è il tempo che intercorre tra la comparsa dello stimolo e la pressione del tasto, cioè la latenza di risposta. L'esperimento di Stroop invece prevede che i partecipanti vedano dei nomi di colori scritti con un inchiostro colorato e devono denominare il colore dell'inchiostro ignorando la parola scritta. Il significato della parola sarà incongruente nel momento in cui bisognerà dire “rosso” in risposta allo stimolo verde, ma sarà congruente se lo stimolo è rosso. Infine se lo stimolo è xxxx avremo una situazione neutra. Questo esperimento dimostra quindi che l'incongruenza fra il colore dell'inchiostro e il significato della parola ci rende più lenti e meno accurati nelle risposte. Ciò dimostra che non siamo in grado di ignorare una parola scritta anche se cerchiamo di farlo con tutte le nostre forze poiché accedere al significato delle parole scritte è un processo automatico. PERCEZIONE • Il concetto di soglia assoluta il concetto di soglia assoluta nasce in relazione alla domanda: le nostre sensazioni sono misurabili' La soglia assoluta rappresenta la grandezza minima degli stimoli, poiché al di sopra di essa li percepiamo, al di sotto no. Gli organi sensoriali identificano stimoli fisici e trasmettono al cervello segnali bioelettrici che possono far scaturire le sensazioni, che saranno presenti solo se lo stimolo fisico avrà una certa grandezza fisica, ovvero una soglia assoluta, cioè una quantità minima. Usiamo la parola soglia per indicare il confine tra ciò che riusciamo e ciò che non riusciamo a cogliere con i nostri organi di senso. Alcuni esempi di stimoli di soglia assoluta sono: per il sistema visivo, una luce di una candela in una notte limpida a 50km di distanza; per il sistema uditivo, il ticchettio di un orologio a 6 metri di distanza in condizioni di assoluto silenzio; per il sistema tattile l'ala di una mosca che cade sulla nostra guancia ad una distanza di 1 cm. CONTINUA CORREZIONE • La legge di Weber e la legge di Fechner La legge di Weber afferma che più grande è lo stimolo, maggiore è l’incremento che bisogna apportare affinché un individuo rilevi il cambiamento. Se doniamo 50 euro ad una persona povera penserà di essere ricca, al contrario di un milionario. Tale legge, inoltre, è valida solo se l’intensità non sia più bassa della soglia assoluta. Secondo la legge di Fechner il cambiamento d’intensità di una sensazione viene percepito solo in relazione alla variazione della grandezza dello stimolo, perché se ci troviamo in una stanza buia e accendiamo una candela, noteremo un elevato cambiamento d’intensità mentre noteremo poca differenza se, dopo la seconda, ne accendiamo una terza. • Il metodo dei limiti Il metodo dei limiti è uno dei metodi psicofisici e serve per misurare le soglie. Questo prevede che lo sperimentatore presenti all'osservatore uno stimolo tanto debole da non potere essere rilevato e che ne aumenti gradualmente l'intensità. In corrispondenza di un certo valore di intensità l'osservatore segnalerà la presenza dello stimolo e la media fra questo valore e il valore immediatamente precedente sarà la misura della soglia. Lo sperimentatore interromperà a questo punto la presentazione dello stimilo assumendo che gli stimoli di intensità maggiore saranno tutti rilevati. • La soglia differenziale la differenza minima di intensità tra due stimoli che permette di rilevare che tali stimoli sono diversi è chiamata soglia differenziale, ed è anche nota come differenza appena percepibile. La soglia differenziale è la minima quantità di cambiamento nell'intensità di uno stimolo (chiamato stimolo standard Ss) necessaria affinchè tale stimolo venga percepito come diverso da uno di confronto (Sc). La differenza fra due intensità (Sc-Ss) che determina la soglia differenziale si indica Δ I (delta indica la differenza e I l'intensità). • Il sistema dei coni e bastoncelli e la relazione fra sensibilità e acuità I coni e i bastoncelli sono due fotorecettori, fanno quindi parte del sistema visivo. I coni si concentrano nella zona centrale della retina (la fovea) e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta. I bastoncelli, invece, sono più sensibili al movimento, sono impiegati per la visione al buio e si concentrano nella zona periferica della retina. Presentano una diversa sensibilità alla luce. La differenza di sensibilità è dovuta alla presenza dei bastoncelli nella periferia del campo visivo che si raggruppano e, attraverso le cellule gangliari, che percepiscono tutti i segnali insieme senza distinguerli, fanno giungere gli stimoli in modo unitario nei centri superiori del sistema visivo. Mentre i recettori nella regione centrale della retina, i coni, non si raggruppano e, dopo essere stati trasmessi e codificati, uno ad uno, dalle varie cellule gangliari, i diversi stimoli saranno percepiti come distinti. • Il fenomeno della costanza percettiva di bianchezza Il sistema visivo è capace di adattarsi ai livelli di luminosità ambientali. Tramite la costanza percettiva di bianchezza sappiamo che il sistema visivo, adattandosi ai vari livelli di luminosità ambientali, non percepisce differenze luminose sostanziali con la variazione della luminosità ambientale. Se siamo in un ambiente molto luminoso e ci addentriamo in uno con scarsa luminosità, avremo un aumento della sensibilità assoluta dei bastoncelli alla periferia, mentre se siamo in un ambiente poco luminoso ed entriamo in uno molto luminoso, avremo una diminuzione della sensibilità dei coni nella visione centrale. • La codificazione sensoriale del colore la percezione del colore è determinata dall'attivazione relativa dei coni “blu, verde e rosso” che sono tutti e tre attivi in ogni punto della retina. Tuttavia poiché ciascun cono corrisponde ad una vasta gamma di lunghezze d'onda non basta la risposta dei fotorecettori a darci la visione del colore. La capacità di discriminare vari colori dipende dalla risposta dei neuroni presenti a tutti i livelli delle vie visive comprese le cellule gangliari della retina. L'organizzazione concentrica del campo recettivo di queste cellule fa si che ciascuna di esse sia eccitata da certe lunghezze d'onda e inibita da altre e ciò ci permette di vedere le differenze di colore. PROCESSI PERCETTIVI DI BASE • L’informazione ottica L'informazione ottica determina la visione degli oggetti. Non è l'energia luminosa a determinare la visione. Infatti, ad esempio, la nebbia distrugge l’informazione ottica ma non la luce, quindi non ci permette di vedere gli oggetti e ci costringe a muoverci alla cieca. • I processi di codificazione e organizzazione L'informazione è un concetto relazionale non è indipendente dall'osservatore. Non tutti gli osservatori sono uguali: dobbiamo distinguere l'osservatore ideale da quello reale. Il primo utilizza tutte le informazioni disponibili, il secondo ne utilizza solo una parte. • Lo spazio visivo Lo spazio percepito è strutturato intorno a due assi, verticale e orizzontale, che fungono da riferimenti cardinali. La stessa forma, che normalmente chiamiamo quadrato, quando viene ruotata di 45 gradi assume uno strano aspetto. Si tratta della stessa forma geometrica ma non della stessa forma percepita. La percezione è una rappresentazione dotata di struttura, che non corrisponde alla codificazione di tutti gli aspetti di una determinata configurazione, indipendentemente dal contesto spaziale in cui essa è inserita. • Articolazione figura/sfondo, e i fattori ad essa sottesi gli spazi vuoti tra gli oggetti non vengono notati. Vediamo gli oggetti come entità dotate di forma, mentre gli spazi intermedi ne sono privi, salvo nel momento in cui riusciamo a portare la nostra attenzione sui vuoti e a vederli come figure. Questa inversione di ruolo si verifica facilmente con il profilo del cielo modellato dalle colline. Il fatto che le inversioni figura/sfondo siano osservabili in natura è importante. Indica che le dimostrazioni in contesti controllati, in cui sono utilizzate figure stampate su carta o generate sul monitor di un PC, sono le semplificazioni dei fenomeni percettivi osservabili in contesti naturali, non delle curiosità eterogenee. L'inclusione è un potente fattore di figura/sfondo: a parità di altre condizioni, tende a diventare figura la regione inclusa. • Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva Il principio di minimo nei processi di organizzazione percettiva corrisponde alla funzione unilaterale del contorno di una figura poiché delinea solo la figura e ne definisce la forma, mentre senza di esso lo sfondo sarebbe informe. Gli individui, inoltre, tendono a rappresentare un’immagine semplice e attraverso il principio di minimo, sappiamo che avviene un risparmio sui costi di rappresentazione degli oggetti. • I fattori responsabili dell’organizzazione di elementi discreti in unità percettive • La teoria della gestalt e la teoria Helmotziana della percezione Secondo la teoria della Gestal il principio di minimo, ovvero la tendenza verso la rappresentazione più semplice, è una proprietà intrinseca del sistema visivo e non dipende dalle esperienze dell’osservatore. Helmholtz, invece, sosteneva che la percezione sia il frutto di giudizi inconsci e che l’osservatore abbia determinate percezioni solo dopo aver valutato se sia possibile o meno che una determinata immagine sia effettivamente presente nel mondo esterno. RICONOSCIMENTO DI OGGETTI • Riconoscimento e categorizzazione di oggetti Riconoscere un oggetto significa categorizzarlo. Categorizzare implica lo stabilirsi di una funzione univoca tra elementi che sono diversi in un determinato piano di analisi e un elemento che è condiviso in un piano di analisi distinguibile dal precedente. Il sistema delle categorie ha una struttura gerarchica. Per il primo livello di solito si parla di Categorie di base. Di norma la categoria di base coincide con il nome attribuito a un determinato esemplare, mentre per il secondo si parla di Categorie subordinate e sovraordinate. Il livello in cui si situa spontaneamente il riconoscimento ha il nome di Categoria d’entrata, livello di base al quale si situa spontaneamente il riconoscimento. È ragionevole ipotizzare che il livello di accesso nella fase di riconoscimento dipenda dal grado di familiarità con gli oggetti cui siamo esposti. Fra le informazioni connesse ai singoli livelli vi possono anche essere rappresentazioni sull’uso che di un oggetto possiamo fare. Pertanto riconoscere un oggetto rappresenta anche un mezzo per associare l’oggetto con le rappresentazioni che descrivono i suoi utilizzi. • Modelli di riconoscimento di templates I modelli di riconoscimento dei templates sono quello di Marr e quello di Biedermann. Il modello di Marr: definisce il concetto di rappresentazione mentale. La costruzione di una descrizione strutturale di un oggetto, o meglio di una forma, passa attraverso l’individuazione degli assi di simmetria o di elongazione. La ricostruzione di una descrizione strutturale avviene in tre fasi: La prima è l’abbozzo primario (Rappresentazione a due dimensioni dei contorni ai diversi livelli di dettaglio); La seconda è l’abbozzo a due dimensioni e mezza (Integrazione dei contorni e delle superfici dell’oggetto con le informazioni fornite dalla stereopsi, dal movimento e dalle ombre, che sono di tipo tridimensionale); La terza è il modello tridimensionale (Descrizione completa della struttura tridimensionale dell’oggetto, quindi che specifica le parti di un oggetto e la relazione tra le parti, secondo un sistema di coordinate). Il modello di Biedermann: Qualsiasi oggetto può essere rappresentato da una descrizione in termini di volumi primitivi detti geoni. Attraverso essi (36 circa quelli proposti da Biederman) siamo capaci di descrivere quasi tutti gli oggetti che vediamo. • Il concetto di rotazione mentale ed i principali esperimenti La rotazione mentale è un insieme di meccanismi che che permettono di ricostruire la rappresentazione intermedia fra due punti di vista. La prova empirica della rotazione mentale fu effettuata da Shepard e Metzler. Gli sperimentatori hanno chiesto ai soggetti se le coppie di figure tridimensionali disegnate al computer erano due figure diverse o rappresentavano la stessa figura. Quanto più aumenta la rotazione di un oggetto per vedere se corrisponde all’altro, tanto più aumenta il tempo di risposta dei soggetti. • Il riconoscimento dei volti Esistono meccanismi innati specializzati nel riconoscimento dei volti. I volti sono degli oggetti che hanno un funzionamento particolare nell’ambito del loro riconoscimento rispetto ad altri oggetti. I volti sono una classe speciale di oggetti. Dentro la descrizione di un volto noi possiamo individuare diverse persone. Vi sono inoltre alcuni dati a favore di questa teoria: il primo rivela che esistono pazienti neurologici con un deficit specifico nella capacità di riconoscere e discriminare i volti; il secondo dice che che nei bambini, già dopo pochi giorni di vita, si rileva la capacità di distinguere disegni in cui sono contenuti dei volti; il terzo infine dice che il modo in cui noi percepiamo un volto non è indipendente dalla prospettiva in cui lo vediamo. • Il riconoscimento di oggetti nuovi e concetto di affordance Gli oggetti nuovi presuppongono una forma di riconoscimento che non comporti l’accesso a conoscenze già presenti in memoria. Gibson pensò che nell’ambiente siano presenti tutte le informazioni che ci servono per riconoscere un oggetto, quindi ad esempio quelle che specificano quali azioni possano essere svolte su quell’oggetto e ha assegnato il nome di “affordances” a tali informazioni (questo termine è un neologismo e in inglese equivale a “la disponibilità a subire una certa azione”) à Queste informazioni possono essere raccolte direttamente senza bisogno di attingere a rappresentazioni interne. ATTENZIONE E COSCIENZA • Cosa è l’attenzione L’attenzione è il fenomeno tramite il quale la nostra concentrazione si indirizza su un determinato oggetto o evento. Essa ci permette di ascoltare con attenzione un discorso o di effettuare determinate attività, come guidare ad esempio. L’attenzione, dunque, altro non è che il processo tramite cui vengono selezionate le informazioni che provengono dall’esterno, mentre altre vengono discriminate. Gli esseri umani necessitano del processo dell’attenzione poiché sono circondati da troppe informazioni e, data la nostra limitatezza biologica, non sono in grado di recepirle tutte. Infatti un individuo non riesce a seguire contemporaneamente il discorso di due persone a causa della propria limitatezza cognitiva. Lo studio dell’attenzione avviene tramite tecniche tradizionali, come la misura dei tempi di reazione e dell’accuratezza delle risposte, e cerca di analizzare i processi cognitivi messi in atto dagli individui. • L’attenzione spaziale e suoi principali paradigmi Lo spostamento dell’attenzione fu studiato attraverso il paradigma del suggerimento spaziale, anche chiamato paradigma di Posner. Con tale esperimento veniva chiesto agli individui di focalizzare l’attenzione su una croce, la quale si trovava nel mezzo di due quadrati, nei quali apparivano gli stimoli, e di indicare il punto in cui era apparso lo stimolo, dopo che gli era stato fornito un suggerimento attraverso una freccia che appariva sulla croce stessa. In alcune prove lo stimolo appariva nel quadrato suggerito, mentre in altre nell’altro. Il tempo di reazione era maggiore se lo stimolo appariva nel quadrato di sinistra, ad esempio, e l’attenzione era su quello di destra, mentre era nettamente minore se lo stimolo appariva nel quadrato di destra e l’attenzione era proprio su quel quadrato. Ciò sta a significare che l’elaborazione dell’informazione è minore se l’individuo focalizza la sua attenzione preventivamente in un punto. • L’attenzione basata sugli oggetti Vi è un’altra teoria secondo cui l'attenzione è basata sugli oggetti. Attraverso un esperimento, in cui venivano presi due oggetti sovrapposti, che occupavano, quindi, la stessa posizione spaziale, veniva richiesto agli individui di indicare le caratteristiche degli oggetti (se avevano linee tratteggiate o se erano inclinati). In un esperimento veniva preso in considerazione un solo oggetto, mentre in un altro due oggetti diversi. I risultati dimostrarono che gli individui riuscivano ad esporre con più dettagli le caratteristiche di un singolo oggetto, mentre l’analisi era meno specifica quando si trattava di due oggetti diversi. Ciò significa che l’individuo spostava l’attenzione da un oggetto all’altro e, quindi, la rappresentazione delle caratteristiche di due oggetti gli risultava più difficile. L’attenzione, inoltre, può essere focalizzata anche su oggetti distanti tra loro ma simili. • L’attentional blink e la cecità al cambiamento L’attentional blink (battere le palpebre) è un fenomeno che avviene quando l’individuo non può discriminare un evento poiché la sua attenzione è concentrata su altro. Dunque vi è un deficit percettivo. Tale teoria fu analizzata attraverso un paradigma in cui venivano rappresentate consecutivamente una serie di lettere nella stessa posizione spaziale. L’intervallo tra una lettera ed un’altra, inoltre, era brevissimo e l’individuo doveva individuare la lettera che gli veniva indicata all’inizio del test. Quando egli doveva individuare un solo elemento, nella maggior parte dei casi, la risposta era esatta, quando, però, veniva aggiunta una nuova variabile, ad esempio una lettera colorata, da identificare insieme alla lettera iniziale, se le due lettere da identificare risultavano vicine l’osservatore riusciva ad identificare solo la prima che appariva, mentre se erano lontane riusciva a riconoscerle entrambe. Ciò significa che l’attenzione riposta sulla prima lettera, se molto vicina alla seconda, non permetteva un ulteriore attenzione sulla lettera successiva come se essa non fosse rilevata a causa di un mancata attenzione momentanea. Vi è anche un altro tipo di fenomeno che rileva un deficit dell’attenzione, ovvero la cecità al cambiamento che avviene quando una persona è incapace di individuare cambiamenti rilevanti quando essi avvengono insieme ad altri eventi che disturbano, come quando si osserva un’immagine e viene spento e poi riacceso il monitor, o quando appaiono altri oggetti sulla scena. Tale fenomeno fu dimostrato attraverso il paradigma del flicker in cui venivano presentate ad un individuo due immagini, per cinque secondi, identiche in tutto, tranne per un particolare, intervallate da uno spegnimento del monitor che durava circa due secondi. Tale paradigma veniva ripetuto per circa un minuto, ma gli individui non erano in grado di percepire cambiamenti, sebbene evidenti, di due immagini consecutive. Questo paradigma, quindi, dimostrò che in assenza di attenzione focalizzata sulle parti dell’immagini non è possibile notare sostanziali cambiamenti in un immagine. • Il neglect I disturbi dell’attenzione possono essere causati anche da lesioni cerebrali. Una sindrome dovuta a lesioni cerebrali è la negligenza spaziale unilaterale, che comporta l’incapacità di orientare l’attenzione verso metà del campo visivo. La caratteristica delle persone affette da tale sindrome, infatti, non è quella di non vedere gli stimoli, ma di non percepire quelli alla propria sinistra come se non esistessero. Infatti, ad esempio, questo deficit comporta il mangiare solo metà di quello che è nel piatto di fronte a loro. Per questo motivo gli individui affetti da tale sindrome sono incapaci di orientare l’attenzione verso sinistra, se la parte lesionata è quella destra del cervello. • Processi non consapevoli di attenzione (ascolto dicotico, mascheramento visivo etc.) Uno stimolo a cui non si presta attenzione potrebbe essere percepito inconsapevolmente, però, tali processi non consapevoli sono difficili da analizzare poiché gli osservatori non possono basarsi su una risposta diretta, ovvero consapevole, del soggetto e quindi capire se un’informazione è stata elaborata o meno. Una tecnica utilizzata per rilevare percezioni inconsapevoli è l’ascolto dicotico attraverso cui un individuo viene sottoposto all’ascolto di due messaggi diversi, uno per orecchio, e gli viene chiesto di ripetere ciò che sente focalizzando la propria attenzione solo su un orecchio, ad esempio quello destro. Quindi l’attenzione del soggetto era rivolta interamente ad un unico messaggio, infatti l’ascoltatore non sapeva dir nulla del messaggio escluso. Successivamente fu sperimentata l’introduzione del nome dell’individuo all’interno del discorso escluso. Il soggetto, in questo caso, spostava la sua attenzione sul discorso escluso, però ciò avveniva consapevolmente. Quindi fu utilizzato un'altra tecnica, quella del condizionamento che produceva una risposta fisiologica ad una parola a cui era associata una leggera scarica elettrica. Anche se gli individui erano concentrati sul discorso dell’orecchio destro, quando veniva trasmessa la parola nel discorso dell’orecchio sinistro essi producevano una risposta fisiologica, dato che sapevano che dopo aver udito una data parola ci sarebbe stata una leggera scarica elettrica, anche se non erano consapevoli di aver udito la parola. Un’altra tecnica indiretta, che stabiliva se fosse possibile un’elaborazione non consapevole, è il mascheramento visivo tramite cui viene presentato uno stimolo seguito da un simbolo che lo nasconde e l’individuo deve identificare lo stimolo iniziale. Nella tecnica del mascheramento visivo è utilizzato anche il priming per cui l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi. Per esempio se viene presentata una parola come cane, in modo inconsapevole, e l’individuo, successivamente, dovrà indicare la categoria a cui appartiene una parola, che appartiene sempre alla specie animale, gli occorrerà meno tempo per rispondere correttamente. Il processo d’attenzione consente di individuare alcune informazioni e di far raggiungere ad esse la consapevolezza, ovvero la coscienza. Dunque l’attenzione è come un canale di accesso alla coscienza, che è limitata. Quindi gli individui possono incanalare solo un numero limitato di informazioni. Dunque la coscienza è un processore centrale che limita le informazioni. Gli orientamenti automatici e volontari si applicano in tutto il processo cognitivo, infatti abbiamo processi automatici e volontari. Ad esempio possiamo prendere una decisione volontariamente, per esempio quella di effettuare una azione, ma svolgere l’atto meccanicamente, come ad esempio quando decidiamo di percorrere una strada ma riusciamo a svolgere tale azione anche facendo altro, per esempio parlando con chi ci sta accanto. La coscienza, inoltre, può decidere di interrompere quei processi avviati automaticamente. Dunque, secondo alcuni ricercatori attenzione e coscienza coincidono mentre secondo altri no. Ciononostante l’attenzione e la coscienza sono due fenomeni collegati e gli individui sono consapevoli solo di ciò a cui prestiamo attenzione. SISTEMI DI MEMORIA • Le fasi di codifica, ritenzione e recupero Le fasi del ricordo sono tre: prima l’informazione viene appresa (fase di codifica), poi viene mantenuta nella memoria finché non ci serve (fase di ritenzione), e, infine, viene usata, ovvero ricordiamo (fase di recupero). La fase di codifica è il momento in cui un informazione viene inserita tra informazioni già presenti. La durata dell’informazione nella memoria dipende dalla profondità della codifica, infatti più profondo è il livello di elaborazione dell’informazione più è probabile che essa persista nella mente. Una buona codifica, però, non garantisce il persistere dell’informazione nella memoria, infatti il processo di recupero avviene solo attraverso il processo di ritenzione. Il processo di ritenzione consiste nel mantenimento dell’informazione nella memoria. Solitamente gli individui, per immagazzinare l’informazione, utilizzano la ripetizione, ovvero ripetere un informazione per ricordarla meglio, oppure ripeterla dividendola in più parti e collegando le varie parti a informazioni già presenti nella memoria. Il mantenimento dell’informazione, poi, dipende anche dall’informazione a cui la leghiamo, se è permanente o meno. Il recupero, invece, dipende dalle informazioni che sono disponibili nel momento del recupero, ovvero dalla forza delle tracce rimaste nella memoria. Secondo il principio di specificità della codifica, nella nostra memoria sono presenti moltissime tracce, le quali possono essere utilizzate in ogni momento. Il recupero delle tracce, dunque l’elaborazione del ricordo, avviene solo se vi è compatibilità tra la traccia e lo stimolo esterno. Ad esempio possiamo ricordare associando una traccia ad un oggetto, o rilevare caratteristiche simili tra la traccia e l’oggetto in questione o poiché vi è un riconoscimento. Quindi la qualità del ricordo dipende dalla codifica, dalla forza della traccia e dal contesto. • La memoria sensoriale e l’esperimento di Sperling Fin dagli inizio del novecento venne distinta una memoria primaria, ovvero una memoria breve termine, la quale consisteva nelle informazioni presenti nella coscienza, e una memoria secondaria, cioè una memoria a lungo termine, la quale possedeva informazioni che non erano presenti nella coscienza, ma che potevano essere ripescate all’occorrenza. Successivamente, nella metà del novecento, Sperling fece un esperimento in cui mostrava un gruppo di lettere, per pochissimi secondi, a un individuo e, successivamente, gli chiedeva di riferire le lettere che ricordava. Il soggetto riusciva a ricordare solo 4 o 5 delle 12 lettere presenti, ma sapeva di aver visto più lettere. Così Sperling decise di sperimentare un nuovo metodo col quale chiedeva ai soggetti di riportare solo alcune lettere. Sperling presentava tre righe di lettere, in un unico foglio, e successivamente faceva udire tre tipi di tonalità diverse (alta, media e bassa) a seconda della riga (su, in mezzo, giù) che gli individui dovevano ricordare. Con tale esperimento i soggetti ricordavano almeno 9 lettere, ovvero 3 di ogni gruppo, sulle 12 presentate. Tale esperimento fece costatare l’esistenza di una memoria iconica, cioè visiva, e di una memoria ecoica, ovvero uditiva, che sono molto brevi ma rappresentano, attraverso questi due organi di senso, gli stimoli presenti. Dunque si ebbe la certezza di un sistema di memoria sensoriale, ma anche della possibile esistenza di una memoria a breve termine e di una memoria a lungo termine, le quali spiegavano i fenomeni di ricordi temporanei e di quelli permanenti. • Differenze tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine per spiegare i fenomeni di ricordo temporaneo e permanente bisogna fare una distinzione tra una memoria a breve termine e una a lungo termine. Gli innumerevoli compiti che affrontiamo nella nostra vita quotidiana richiedono l'intervento di processi e sistemi di memoria diversi. Quando si parla di ricordo temporaneo o di memoria a breve termine si fa riferimento ad un sistema chiamato memoria di lavoro che mantiene ed elabora le informazioni durante l'esecuzione di compiti cognitivi. La memoria di lavoro rappresenta il nostro presente, trasforma il passato in presente, ha capacità limitata. Al contrario la memoria a lungo termine ha una capacità maggiore e fissa ricordi del passato. Ricordare un numero di telefono appena sentito richiede l'uso della memoria a breve termine, ricordare il proprio numero di telefono richiede quella a lungo termine. • Il paradigma di identificazione percettiva L'identificazione percettiva è uno dei più noti paradigmi della memoria implicita. In questo test i partecipanti, in una prima fase, detta fase di studio, vedono su uno schermo una lista di parole, presentate una per volta. In una seconda fase, detta fase di test, i partecipanti devono identificare una serie di parole presentate, una per volta, su uno schermo per un tempo così breve che è difficile persino vederle. Alcune delle parole presentate in questa seconda fase sono state presentate anche in fase di studio (primed) altre sono del tutto nuove (unprimed). Il risultato è che i soggetti identificano più facilmente le parole primed rispetto alle unprimed. È come se la sola esperienza di avere incontrato prima alcune parole sia sufficiente ad influenzare il comportamento successivo senza che la persona abbia mai tentato di recuperare consapevolmente quella informazione. • La memoria prospettica l'intenzione di compiere una data azione in un futuro che non è sempre immediato e i processi che stanno alla base della realizzazione di queste intenzioni, e delle conseguenti azioni ad esse associate, formano la memoria prospettica. Sono molti e diversi i suoi compiti che svolgiamo nell'arco della giornata, come cucinare una torta, prendere una pillola ecc. In ogni compito di memoria prospettica è presente anche una componente retrospettiva: per ricordare di prendere la medicina, devo richiamare alla memoria una serie di eventi passati (es. l'ultima volta che ho preso la pastiglia, nome del farmaco ecc.). Vi sono cinque fasi che sembrano caratterizzare il processo che porta al ricordo di un'intensione: formazione e codifica di un'intenzione, intervallo di ritenzione, intervallo di prestazione, inizio ed esecuzione dell'azione che si ha intenzione di compiere, valutazione del risultato. • I livelli di memoria autobiografica La memoria autobiografica è il sistema in cui vi sono i ricordi legati al sé, ovvero ricordi di episodi passati che ci rappresentano e che ci permettono di proiettarci nel futuro. I ricordi autobiografici, ovvero personali, sono vari pezzi di esperienza che compongono il nostro io, quasi come un mosaico. La ricostruzione di ricordi autobiografici avviene attraverso tre livelli che sono organizzati gerarchicamente. Il primo livello è quello in cui vi sono ricordi collegati ad estesi periodi della vita, come ad esempio il ricordo del liceo. Il secondo livello, sebbene sia chiamato livello degli eventi generali, è più specifico e riguarda i ricordi passati avvenuti in un arco di tempo breve, come giorni o settimane, come ad esempio vacanze o malattie. Il terzo livello, invece, rappresenta la conoscenza di eventi specifici e comprende ricordi brevissimi, che vanno da alcuni secondi ad alcune ore, come quando ricordiamo un indumento che abbiamo indossato un giorno. La memoria autobiografica, però, è data dall’unione dei tre livelli. I ricordi mnemonici sono accurati, soprattutto se ci riferiamo ad un ricordo generale, ma, a volte, non sono sempre affidabili. Infatti può capitare di associare un ricordo ad un evento solo per colmare il buco mnemonico che abbiamo di quella situazione. In effetti può capitare di collegare un ricordo che non c’è mai stato ad un evento solo poiché questo ricordo sembra essere plausibile con la situazione. MEMORIA SEMANTICA E DI CATEGORIZZAZIONE • Cosa è la memoria semantica e distinguerla dalla memoria episodica Molte teorie contemporanee assegnano una struttura multifunzionale e multidimensionale alla memoria che viene vista come una architettura complessa in grado di rappresentare tipi diversi di informazioni. Una suddivisione riguarda: -la rappresentazione di riferimenti spazio-temporali e personali I RICORDI -la rappresentazione di informazioni di carattere generale LE CONOSCENZE Il primo sistema di rappresentazione è chiamato memoria episodica, Il secondo sistema di rappresentazione è chiamato memoria semantica. Per le informazioni relative alla memoria semantica usiamo il verbo “sapere”, per quelle relative alla memoria episodica usiamo il verbo “ricordare”. La memoria semantica costituisce il repertorio di concetti posseduti da ciascuna persona. In quanto tale, essa è la base di conoscenze che ci permette di agire in modo funzionale nel mondo che ci circonda. Tali conoscenze sono create a partire dal mondo sensoriale, attraverso l'esperienza. • Modelli della memoria semantica I modelli della semantica si possono distinguere in tre gruppi: rappresentazione astratta – le informazioni sono mantenute in memoria semantica in un formato amodale, slegato cioè dalle informazioni sensoriali-motorie delle entità rappresentate. Secondo tali modelli la rappresentazione prescinde dalla particolare situazione in cui l'elemento può trovarsi nel mondo reale. Modelli per esemplari – il sistema concettuale è costituito dalle memorie degli esemplari che sono stati codificati nel tempo. In altre parole, la rappresentazione del concetto “cane” è costituita dalle tracce mnestiche di tutte le situazioni che ho codificato in cui erano presenti dei cani modelli connessionisti della rappresentazione delle conoscenze – postulano nella maggior parte dei casi un'architettura distribuita in cui la rappresentazione di un concetto viene spalmata su diversi sottosistemi. Pertanto secondo questo approccio non esiste un nodo concettuale corrispondente a cane. Esistono invece insiemi di attributi di base condivisi da un numero variabile di elementi che si attiveranno in configurazioni appropriate in riferimento al concetto rilevante. • Le funzioni dei processi di categorizzazione La capacità di classificare e rappresentare elementi in classi, ovvero il processo di categorizzazione, assolve diverse funzioni. Una prima funzione della categorizzazione è quella di rendere possibile l'esecuzione di risposte comportamentali riferite ad una classe di oggetti cognitivamente equivalenti (es. se ci viene richiesto di utilizzare due coltelli simili ma uno con il manico in legno e l'altro in plastica, probabilmente li useremo nella stessa maniera senza dare importanza alle differenze). Una seconda funzione della categorizzazione è quella di permettere di rilevare analogie e differenze fra oggetti a diversi livelli di astrazione (es. considerando le due proprietà “essere giallo” e “respirare”, in relazione alla prima, “canarino” sarà simile a “banana” ma diverso da “cervo” ma relazionati alla seconda, “canarino” sarà simile a “cervo” e diverso da “banana”). La terza funzione della categorizzazione è quella di permettere di semplificare l'analisi dell'input ambientale. Una categoria di oggetti possiede in genere delle caratteristiche che permettono di analizzare in modo veloce e superficiale, ma sufficiente per l'identificazione, gli esemplari che la costituiscono. • Il modello a struttura gerarchica della Rosch La psicologa Eleanor Rosch ha proposto di analizzare le capacità categoriali umane sulla base di due dimensioni, quella verticale e quella orizzontale. Nella dimensione verticale le categorie si strutturano su base gerarchica in funzione dell'inclusione di classe (es. labrador, cani, animali, esseri viventi). Sono tre le caratteristiche interessanti da un punto di vista psicologico della struttura gerarchica delle categorie: - La natura sempre più astratta delle relazioni fra gli elementi quando si passa dai livelli bassi a quelli alti della gerarchia:a mano a mano che ci si innalza nella struttura le caratteristiche condivise dai membri della categoria tendono a diminuire. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la mente umana utilizzi un meccanismo di bilanciamento fra quantità di informazione rappresentata e quantità di elaborazione chiamato principio di economia cognitiva. Secondo questo principio, le proprietà dei concetti sono rappresentate al livello più alto possibile della gerarchia e vengono recuperate quando necessarie mediante processi logici. - Il diverso “peso” cognitivo dei livelli: all’interno dei livelli gerarchicamente ordinati ve ne è uno che è “privilegiato” dal punto di vista cognitivo, denominato da Rosch livello di base. Il livello di base è quello che fornisce l’”entrata” cognitivamente più economica nella memoria semantica; il livello di base è cognitivamente saliente perché è il livello in cui vengono rappresentati gli attributi più distintivi. Il livello di base è usato spontaneamente dagli adulti nelle loro descrizioni, permette alle persone di elencare facilmente gli attributi condivisi , è associato a tempi di risposta più veloci in compiti in cui bisogna stabilire se una data frase è vera o è falsa, corrisponde al livello più generale rispetto al quale è possibile formarsi un’immagine “concreta” dell’intera categoria, è acquisito per primo dai bambini. - I meccanismi che permettono di mettere in relazione i diversi livelli: è stato proposto il meccanismo della diffusione dell’attivazione. Secondo questo principio, quando un nodo concettuale viene attivato, l’attivazione non riguarda solo tale nodo ma si propaga agli altri nodi in funzione del tempo e della vicinanza. L’attivazione decresce col tempo e influenza in modo diverso i nodi a cui si propaga. • La struttura interna delle categorie nella Rosch e il concetto di prototipo Per quanto riguarda la dimensione orizzontale, ovvero la rappresentazione interna a ciascuno dei livelli che caratterizzano la struttura gerarchica, Rosch identifica due aspetti rilevanti. Il primo fa riferimento alla struttura sfuocata delle categorie. Nella tradizione filosofica Aristotelica un elemento che possiede tutte le caratteristiche della categoria è un membro di tale categoria, se non le possiede non è un membro della categoria (metodo dicotomico). Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sostiene che la condivisione delle stesse proprietà non può essere il criterio per l’appartenenza categoriale; ciò che caratterizza le categorie semantiche è un’appartenenza graduata basata sul possedere in grado diverso caratteristiche comuni anche ad altri membri di quella categoria. Questo fenomeno è chiamato “somiglianza di famiglia”. Nessun esemplare possiede identiche caratteristiche, ma ciascuno ne condivide alcune con gli altri. Pertanto alcuni sono elementi centrali, in quanto condividono molti attributi con gli esemplari della categoria e pochi attributi con esemplari di altre categorie; altri sono invece periferici, in quanto condividono pochi attributi con gli esemplari della categoria e tendono a condividere attributi con esemplari di altre categorie. Alcuni psicologi hanno proposto la nozione di prototipo, che corrisponde a un membro che si caratterizza per possedere il valore “medio” sulla maggior parte delle caratteristiche dei membri della categoria. Il prototipo è il miglior esemplare della categoria e funge da punto di riferimento per gli altri esemplari: quanto più simili saranno al prototipo tali esemplari, tanto più saranno centrali rispetto alla categoria. Possiamo vedere il prototipo come uno “schema”, una struttura per la rappresentazione con variabili che hanno valori situate entro un certo intervallo. I valori delle variabili tenderanno ad essere quelli medi di tutta la categoria. L’ipotesi che le categorie siano insiemi sfuocati presenta però un punto debole. Le persone tendono ad attribuire una struttura sfuocata (gradi diversi di appartenenza), anche a categorie ben definite; come ad esempio nei numeri pari, i numeri 4 e 36 sono pari “allo stesso modo”. APPRENDIMENTO 1. Il condizionamento classico di Pavlov ed i fenomeni ad esso connessi (generalizzazione, estinzione, etc.) Il condizionamento classico è un processo per cui uno stimolo che in precedenza non evocava nessuna risposta arriva a provocare una risposta simile ad un riflesso, dopo essere stato abbinato in una o più prove a uno stimolo diverso che già evocava una risposta (battito di ciglia in presenza di un rumore). L'apprendimento associativo è stato scoperto da Pavlov studiando i processi digestivi del cane. Ne misurava la produzione salivare in risposta a vari tipi di stimolazione gustativa dopo aver deviato il condotto salivare dell'animale, in modo da poterne raccogliere la saliva secreta in ogni condizione sperimentale. La procedura di base consisteva nello scegliere uno stimolo neutro SN (stimolo sonoro o luminoso), e nel presentarlo accoppiato con uno stimolo detto stimolo incondizionato SI che produce la salivazione (carne). La salivazione così indotta viene chiamata risposta incondizionata RI. Pavlov scoprì che l'animale iniziava a salivare nel momento in cui compariva il suono o la luce. Il fenomeno era dovuto allo stabilirsi di un'associazione tra stimolo e risposta di salivazione. Alcuni fenomeni connessi allo studio di Pavlov sono: il rafforzamento: maggiore è la frequenza di accoppiamento tra stimolo condizionato, e risposta incondizionata e maggiore è l'intensità e la regolarità di comparsa delle risposte condizionate. Estinzione: lo stimolo incondizionato viene omesso ripetutamente, allora la risposta condizionata perde di intensità fino a sparire. Generalizzazione: se il cane inizia a salivare al suono del campanello è probabile che inizi a salivare al suono di qualsiasi altro campanello. • Il condizionamento operante e i concetti di rinforzo e punizione una seconda prospettiva allo studio dell'apprendimento in ambito comportamentista è quella basata sul cosiddetto condizionamento operante. Thorndike fu il primo ad occuparsi di condizionamento operante e a proporne un principio esplicativo, la legge dell'effetto. Essa afferma che lo stabilirsi e il rafforzarsi di legami associativi tra stimolo e risposta non deriva semplicemente dalla loro contiguità temporale, ma dagli effetti che seguono la risposta. L'apprendimento avveniva per prove ed errori e per la legge dell'effetto, ossia un comportamento viene appreso e si stabilizza solo se la risposta produce un certo effetto sull'ambiente e sull'individuo. Il principio di base è comunque ancora lo stabilirsi di una connessione tra stimolo e risposta. Il principio chiave per spiegare questo fenomeno è il rinforzo ossia la conseguenza positiva che produce un aumento della frequenza del comportamento in questione. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Nel primo caso si tratta di eventi positivi che vengono aggiunti alla situazione; nel secondo caso si tratta di eventi negativi che vengono eliminati. La punizione è costituita dalla realizzazione di una situazione sgradevole allo scopo di non aumentare ma di diminuire la frequenza di un dato comportamento. • Interpretazione cognitivista del condizionamento classico • Apprendimento per segnali di Tolman Secondo Tolman l'animale apprende perchè si crea una rappresentazione mentale della situazione;sarebbe questa rappresentazione mentale a guidarne poi l'azione.Se facciamo l'esempio di un ratto che corre in un labirinto avremo modo di notare che per imparare a percorrere il labirinto,l'animale deve imparare la mappa del labirinto,ossia averne una rappresentazione spaziale nella mente. In base a questa si può muovere e trovare vie d'uscita alternative nel momento in cui quelle solitamente impegnate risultassero bloccate. Per dimostrare che l'animale apprende una mappa spaziale del percorso e non una serie di comportamenti motori, Tolman ideò delle condizioni sperimentali semplici ma ingegnose. Un ratto viene posto su una piattaforma di legno a forma di croce,e fatto partire da un'estremità indicata come il punto P. In una prima fase riceve cibo nelle altre tre estremità della piattaforma,mentre da un certo momento in poi viene alimentato per un certo numero di volte solo nell'estremità A. Il ratto impara a percorrere il tratto che va da P ad A,dove trova il cibo. Per stabilire la natura dell'apprendimento il ratto veniva posto in una nuova posizione di partenza,ad esempio P1,rispetto al quale il punto A,quello in cui viene alimentato,si trova a sinistra,e non più a destra. Se il ratto ha semplicemente imparato delle risposte motorie,allora dovrebbe muoversi verso destra anche in questo caso. Se invece il ratto ha appreso la mappa e ne utilizza i rapporti spaziali per raggiungere il cibo,allora dovrebbe muoversi verso sinistra,dove effettivamente si trova il cibo. Ebbene,il ratto va direttamente verso il cibo dimostrando che il ratto non ha appreso una serie di movimenti,ma con l'esperienza si è creato una mappa mentale delle relazioni spaziali dell'intero percorso. L'apprendimento per segnali può anche essere considerato come l'apprendimento di una aspettativa,ossia l'apprendimento di una conoscenza. Ad esempio,l'animale impara che il cibo o la ricompensa si trova in un certo luogo, perchè quello è il luogo in cui l'ha sempre trovata,e mostra sorpresa se questa non c'è. La sorpresa è segno della mancata corrispondenza tra ciò che l'animale si attendeva di trovare e ciò che ha effettivamente trovato. 5. Interpretazione cognitivista del condizionamento operante APPRENDIMENTO E MEMORIA NELLE RETI NEURALI • Elementi di base delle reti neurali artificiali Le reti neurali artificiali sono dei sistemi di elaborazione dell'informazione ispirati al funzionamento del cervello, caratterizzati dalla capacità di apprendere e svolgere compiti complessi. Una rete neurale è formata da semplici elementi ispirati ai neuroni biologici, che agiscono in parallelo e che sono collegati fra loro formando una “rete”. Il sistema può essere addestrato a “vedere, sentire e muoversi”. Nel cervello, una rete neurale è formata da un certo numero di neuroni che agiscono e si influenzano a vicenda attraverso le connessioni che li collegano. L'analogia più semplice per il funzionamento del neurone è quella di un rilevatore di fumo. Allo stesso modo, un neurone di un nostro sistema visivo può rilevare se la faccia è vista di fronte o di profilo. In ogni caso, il neurone segnala ciò che ha rilevato attraverso la sua frequenza di scarica. I neuroni possono ricevere segnali da altri neuroni, formando quindi strati di rilevatori più complessi. • L’architettura delle reti neurali L'architettura della rete è uno schema di connettività che identifica l'eventuale presenza di gruppi di neuroni diversi e il modo in cui i neuroni sono connessi fra loro. All'interno della rete è di solito possibile distinguere tre gruppi di neuroni diversi organizzati in strati. Le unità che ricevono l'input direttamente dall'ambiente formano lo strato di input,le unità che producono l'output finale della rete formano lo strato di output. Infine tutti i neuroni che non sono a contatto con l'ambiente sono chiamati unità nascoste e possono essere organizzate in più strati. Il numero di unità presenti in ogni strato dipende dalla natura del compito che la rete dovrà apprendere. • Modelli di apprendimento nelle reti neurali o algoritmi di apprendimento La ricerca sulle reti neurali artificiali ha prodotto negli ultimi cento anni un numero notevole di algoritmi di apprendimento. In generale, dato un sistema che riceve una serie di input sensoriali, possiamo distinguere tre tipi diversi di apprendimento: - apprendimento supervisionato: lo scopo di un sistema sottoposto a questa forma di apprendimento è imparare a produrre una risposta corretta (output) ogni volta che si presenta un nuovo stimolo (input) adeguato. - apprendimento per auto-organizzazione: il sistema non ha alcun compito da eseguire. Lo scopo dell'apprendimento è costruire rappresentazioni dell'input più complesse e informative, che possono essere successivamente usate per il ragionamento, la decisione e la comunicazione. - apprendimento per rinforzo: il sistema può anche produrre azioni che hanno un effetto sul mondo, e riceve rinforzi (o punizioni). Lo scopo dell'apprendimento è imparare ad agire in un modo che massimizza il rinforzo nel lungo termine. A differenza dell'apprendimento supervisionato, non viene fornito l'output desiderato ma solo un'informazione sulla bontà dell'output prodotto. EMOZIONI • Cosa sono le emozioni. La dicotomia emozione-ragione Le emozioni sono fenomeni importanti per gli esseri umani, infatti ogni azione che svolgiamo comporta un’emozione. Gli individui, molto spesso, nei loro discorsi sono soliti esplicare episodi emozionali, sia che riguardino se stessi, conoscenti o personaggi fittizi, come quelli dei telefilm. Tutte le emozioni provengono sempre da un oggetto, chiamato antecedente emotigeno, che le suscita. Gli oggetti possono essere diversi, come una frase detta da qualcuno, un ricordo, un sogno, la morte di qualcuno ecc. A differenza delle emozioni, l’umore scaturisce da un dato evento ma persiste nel tempo anche se non ha più tale evento come oggetto. L’esperienza emotiva è un processo diviso in più fasi e che finisce nel tempo. le componenti dell’esperienza emotiva sono la localizzazione dell’evento nel tempo, ovvero se si tratta di un’emozione passata o futura, e la desiderabilità soggettiva dell’evento. Solitamente un individuo valuta l’evento a seconda delle risposte fisiologiche, espressive o comportamentali. Inoltre un individuo può decidere se mettere in atto una regolazione, ad esempio può scegliere di reprimere un’emozione. Le emozioni posso essere definite razionali a causa del riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, della regolazione delle emozioni, dell’empatia ecc. Infatti si può parlare di intelligenza emotiva, la quale ci aiuta a reagire in modo ideale nelle situazioni in cui sono implicate le emozioni. Le emozioni, inoltre, scaturiscono dai rapporti sociali e dalla relazione sociale con l’ambiente, infatti possono essere definite interpersonali. Precedentemente si credeva che le emozioni scaturissero dalla psiche di un individuo e dalla propria interiorità, poiché vi erano eventi come il dispiacersi per assassini oppure piangere per essere confortati che scaturivano, appunto, dalla propria interiorità. In realtà sia i rapporti interpersonali che quelli intrapsichici influenzano le emozioni. A volte, però, le emozioni possono rappresentare un limite poiché, ad esempio, se siamo in ansia per un esame, probabilmente, non riusciremo a dare il nostro meglio nello svolgimento. Si parla in questo caso di dicotomia emozione-ragione. Infine, le emozioni hanno diversa interpretazione a seconda dell’ambito in cui vengono analizzate, se ad esempio siamo nel settore psicologico, biologico, prendendo in considerazione i cambiamenti ormonali, o sociologico, prendendo in considerazione il clima sociale che caratterizza una società in un certo periodo. • Eventi emotigeni antecedenti Dietro ad ogni emozione c'è qualcosa che l'individuo ha a cuore, un interesse, un motivo, uno scopo, un valore. Il beneficio o il danno di tale interesse rendono un evento emotivamente rilevante. Gli interessi individuali costituiscono perciò predisposizioni emotive. Ciò implica che le emozioni sono fortemente ancorate alle credenze e alle conoscenze dell'individuo e dunque alla sua storia personale. L'individuo si rapporta non tanto ad un mondo (evento) oggettivo, quanto alla sua percezione, interpretazione di esso. • Multidimensionalità della valutazione degli eventi La variabilità delle esperienze emotive è anche dovuta al fatto che la valutazione di un evento è un processo complesso, multidimensionale. Può avere infatti più fattori che lo determinano, come ad esempio la valenza (l'evento è piacevole o spiacevole'), la salienza (l'evento è funzionale agli scopi dell'individuo'), la novità (l'evento è familiare all'individuo') il controllo (la situazione è sotto il controllo dell'individuo'), la certezza (quanto è probabile che l'evento abbia esito'), la fonte causale (chi ha causato l'evento') e l'intenzionalità (l'evento è stato causato intenzionalmente'). • Il lessico emozionale il lessico emozionale codifica vari aspetti dell'esperienza emotiva, in particolare l'intensità e la valenza, dimensioni che ben differenziano sia i termini sia le emozioni in se. Tuttavia questo processo di codifica è disomogeneo in quanto i singoli termini non codificano solitamente tutte le componenti. Per il ricercatore così come per l'individuo qualunque, il lessico costituisce quindi contemporaneamente una risorsa, che può aiutarci a mettere a fuoco diversi aspetti dell'esperienza emotiva, e un vincolo, dato che ci obbliga a scegliere che cosa mettere a fuoco se vogliamo parlare di un'esperienza. • Il processo emotivo Il processo emotivo avviene attraverso una struttura ben definita: valutazione dell’evento, tendenza all’azione, risposte fisiologiche (cambiamento frequenza cardiaca) ed espressive (riso, pianto ecc.) e comportamenti scaturiti dai precedenti passaggi (immobilizzarsi, scappare, aggredire ecc.). La durata delle emozioni può avere un inizio ed una fine, ma in altri casi la durata delle emozioni può non essere definibile. Le emozioni possono scaturire anche mentre si svolgono altre azioni, sia in modo consapevole che in modo inconsapevole. Per la valutazione delle emozioni, infine, è necessario l’efficiente funzionamento dei processi cognitivi ad esse collegati e il buon funzionamento dell’organismo, infatti se le risorse energetiche non sono efficienti la sensibilità emotiva diminuisce. MOTIVAZIONE • La definizione di Motivazione e le principali teorie La motivazione è ciò che porta l’individuo a compiere una determina azione, ovvero a compiere una scelta. Essa è presente in modo diverso in ogni individuo, poiché ogni persona ha un proprio obiettivo da perseguire. Dunque la motivazione è un fattore che spiega i motivi dei comportamenti degli individui. La motivazione di un individuo dipende sia da fattori interni, come i bisogni, che esterni all’individuo, come gli obiettivi e le circostanze sociali. Una tassonomia distingue due tipi di motivazioni: estrinseche, come i premi e gli incentivi, e intrinseche, come la curiosità o il successo. Vi è una motivazione estrinseca quando si persegue un’azione per fattori esterni, mentre vi è una motivazione intrinseca quando si affronta un compito per sé stessi. La motivazione umana non è solo estrinseca o intrinseca, bensì scaturisce da un agglomerato di entrambe. Infatti la motivazione è un fattore molto complesso. • La teoria dei bisogni di Maslow Secondo Maslow la motivazione è la manifestazione dell’insoddisfazione di alcuni bisogni primari. Maslow creò una piramide alla cui base vi sono i bisogni che hanno la precedenza sugli altri, che si trovano in posizioni più elevate, che vengono soddisfatti solo quando vengono appagati quelli alla base. Alla base della piramide abbiamo i bisogni fisiologici (la fame e la sete), poi i bisogni di sicurezza, i bisogni di appartenenza, i bisogni di stima e i bisogni di autorealizzazione (come i comportamenti altruistici). Dunque gli individui tendono ad appagare prima i bisogni fisiologici e poi tutti gli altri in ordine. Però tale teoria è troppo rigida, infatti non è detto che gli individui seguano una scala gerarchica così rigida. Inoltre se siamo molto impegnati in attività che ci interessano, il tempo passa senza che ce ne rendiamo conto e non percepiamo stanchezza e fame. • La motivazione alla riuscita La motivazione alla riuscita rappresenta la necessità di eccellere nei compiti senza fallimenti. Essa scaturisce dalla necessità di avere un’immagine positiva di sé, ovvero dall’autostima, e dal voler compiere le azioni da soli, ovvero dall’orgoglio. Secondo Atkinson la motivazione alla riuscita scaturisce da due fattori opposti: ottenere il successo ed evitare il fallimento. Per questo motivo creò il modello delle scelte a rischio secondo cui le persone scelgono di affrontare o meno un compito a seconda della propria motivazione, ovvero se desiderano il successo o hanno paura del fallimento. Atkinson, per dimostrare la sua teoria, fece un esperimento con cui vari individui venivano chiamati a lanciare degli anelli in un piolo. Alcune persone, per paura di fallire, erano molto vicine al bersaglio o a distanze eccessive, per avere un alibi per il fallimento, mentre altre sceglievano distanze impegnative ma non impossibili. La tendenza ad ottenere il successo e ad evitare il fallimento divide gli individui in quattro categorie: sovramotivati, ovvero coloro che hanno un’alta tendenza a cercare di ottenere il successo e ad evitare il fallimento; orientati al successo, che hanno un’alta tendenza al successo e una bassa tendenza ad evitare il fallimento; orientati ad evitare il fallimento, che hanno una bassa tendenza al successo e un’alta tendenza a evitare il fallimento; orientati al fallimento, con bassa tendenza al successo e ad evitare il fallimento. La motivazione di competenza nel bambino avviene quando egli vuole fare da sé anche se non conosce bene le cose che lo circondano. Se un bambino, inizialmente, viene incoraggiato dagli adulti, tenderà, poi, a svolgere al meglio altre azioni senza il bisogno di approvazioni esterne. Mentre se il bambino viene scoraggiato dagli adulti, sempre nei suoi primi mesi di vita, egli avrà sempre un costante bisogno dell’approvazione esterna. Gli individui sono più motivati a svolgere azioni che hanno scelto di compiere piuttosto che a fare azioni che gli vengono imposte. Decidendo da soli, quindi con l’autodeterminazione, gli individui soddisfano tre bisogni: competenza, poiché sentono di avere il controllo sull’azione, autonomia, poiché possono scegliere l’attività da svolgere, e relazione, ovvero il bisogno di relazioni sociali. L’autodeterminazione, perciò, è il poter compiere decisioni autonome e il sentirsi competenti e apprezzati socialmente. • La teoria attributiva Le cause del successo e del fallimento sono diverse e possono essere distinte in cause interne, riguardanti la propria persona (abilità personali e impegno), e cause esterne, riguardanti gli altri o la situazione. Un successo attribuito a cause interne è molto più gratificante di quello attribuito a fattori esterni, mentre un fallimento dovuto a cause interne è molto più insoddisfacente di uno causato da fattori esterni. Anche l’attribuzione delle cause agli eventi dipende dal soggetto a cui sono assegnate. Solitamente, infatti, gli individui tendono ad attribuire cause interne ai propri successi e cause esterne a quelli altrui, mentre tendono ad assegnare cause esterne ai propri fallimenti e cause interne a quelli altrui. Tale fenomeno è chiamato errore edonico di attribuzione, che scaturisce al bisogno di salvaguardare la propria immagine. Inoltre cause come l’impegno e l’aiuto richiesto sono più controllabili rispetto alla fortuna e le abilità personali, mentre l’abilità personale è più stabile nel tempo della fortuna e dell’impegno. Dunque l’attribuzione dei successi o degli insuccessi dipende anche dalla stabilità nel tempo e dalla controllabilità. La teoria attributiva, dunque, scaturisce dai processi cognitivi messi in atto con l’analisi dei possibili successi o fallimenti. Da quest’analisi, poi, scaturiscono le emozioni, ad esempio, se un successo deriva dal proprio impegno si proverà orgoglio, mentre se deriva dall’aiuto altrui allora non vi sarà soddisfazione. • Motivazione e autostima L’autostima deriva da sentimenti che si provano verso di sé e dai valori che si danno a ciò che ci circonda. Se ad esempio una persona crede in valori come la carità e l’impegno nello studio, ma crede di non perseguirli, avrà una bassa autostima. L’autostima, dunque, può essere definita da un rapporto tra il sé reale e il sé ideale di una persona. Solitamente chi possiede un’elevata autostima è più motivato ed ha approcci più positivi, mentre chi ha una bassa autostima è più incerto e tende a creare strategie di autosabotaggio, che vengono utilizzare per giustificare i fallimenti. RAGIONAMENTO • La logica mentale e i modelli mentali Fino a pochi decenni fa, la maggioranza degli psicologi del pensiero partiva dal presupposto che il ragionamento comune fosse basato sull'applicazione di regole logiche. Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo si compie nell'adolescenza con l'acquisizione delle operazioni formali, cioè delle regole formali della logica classica. Questa posizione, che possiamo definire teoria della logica mentale è attualmente difesa da pochi psicologi, dato che non riesce a spiegare adeguatamente alcuni fenomeni scoperti studiando il ragionamento delle persone non esperte in logica. Secondo la teoria dei modelli mentali proposta dallo psicologo Philip Johnson-Laird, il ragionamento comune non dipende dall'applicazione di regole formali, ma dalla costruzione e manipolazione delle rappresentazioni mentali delle possibilità descritte dalle premesse. • Gli effetti di contenuto nel ragionamento Le regole logiche sono formali, cioè la loro applicazione non dipende dal contenuto delle premesse o dal contesto in cui queste sono situate. La scoperta che il contenuto delle premesse determina i processi di ragionamento è difficile da spiegare seguendo la teoria della logica mentale. Alcune teorie del ragionamento alternative a quest'ultima ne hanno proposto delle interpretazioni. Una corrente teorica attualmente molto diffusa, la cosiddetta “psicologia evoluzionista”, cerca di spiegare in una prospettiva evoluzionista gli aspetti centrali delle attività cognitive umane, in particolare le attività che sembrano proprie della specie umana, come il linguaggio e il pensiero astratto. • Il ragionamento probabilistico e le euristiche di giudizio Secondo la teoria che tuttora domina parte delle scienze economiche, cioè la teoria dell'azione razione, l'attore razionale prende decisioni scegliendo le alternative che hanno la maggiore probabilità di produrre i migliori benefici. Una componente essenziale della decisione razionale, quindi è la capacità di valutare correttamente la probabilità di accadimento di eventi incerti. A Kahneman e Tversky, va il merito di avere dimostrato che la teoria della scelta razionale, sia pur accettabile come norma relativa ad un attore ideale, non descrive le scelte degli individui reali. Le ricerche da loro condotte hanno dimostrato, che le persone non prendono sempre decisioni razionali e non valutano sempre correttamente le probabilità degli eventi relativi alle scelte che devono compiere. Ci sono due tipi di euristiche. La prima è quella della disponibilità, ossia l'euristica che porta a stimare la frequenza di una classe di eventi sulla base della facilità con cui vengono alla mente gli esemplari della stessa. Tanto più numerosi saranno gli esempi ricordati o costruiti, tanto più grande sarà giudicata la categoria cui tali esempi appartengono. La seconda è quella della rappresentatività, ossia quella che stima la probabilità di un evento sulla base della sua rappresentatività. Significa basarsi sul grado di tipicità rispetto alla categoria cui appartiene. • Il ragionamento estensionale La mente umana è veramente incapace di valutare le probabilità di eventi singoli' Secondo un'ipotesi derivata dalla teoria dei modelli mentali, le persone non esperte traggono inferenze probabilistiche come traggono quelle deduttive, cioè in modo estensionale. In altre parole, ragionano non applicando regole ma sulla base di rappresentazioni mentali di possibilità. In alcuni casi è impossibile valutare le probabilità in modo estensionale perchè le possibilità da enumerare sono troppe. In altri casi, invece, è possibile farlo sulla base di valori numerici associati alle possibilità fornite dal problema. S gangemi  
Domande del: 28/5/2015 Tipo Chiesto da  
Ragionamento decisionale e teoria del prospetto di Kahneman e Tversky O  
Teoria tripolare O  
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